venerdì 11 ottobre 2024

La fase PRO più intensa...

Di solito si dice che la professione attenui la passione. Anche nel mio caso non fu un'eccezione questo detto, con una piccola ma sostanziale differenza: la passione non si è sopita, ha mutato direzione. Non nascondo che l'arredamento (propriamente detto) era già una mia passione, per cui la fotografia di arredamento mi prese totalmente.

E' un settore molto particolare: immaginate una pedana vuota, dove pian piano prende forma una stanza grezza fatta di pannelli di truciolare che poi vengono stuccati, sagomati e pitturati seguendo il progetto presentato di norma da un'architetto. E tu che hai cominciato questo mestiere appoggiando mattonelle di ceramica o parquet a terra, avvitando pannelli, sagomando finestre e soffitti conosci bene tutti quesi passaggi. E li segui come farebbe il geometra nel cantiere.

Poi arrivano i montatori del cliente che seguendo il disegno del proprio ufficio tecnico cominciano a montare i mobili: e tu conosci bene anche questa fase perché quando lo studio era “povero”, per i clienti dell'altro capo d'Italia che non mandavano operai, eri tu a montare le cucine, le camerette, i bagni...e quindi supervisioni il montaggio, controlli che tutto sia montato meglio che se fosse nell'appartamento del consumatore, perché la foto parla della qualità del mobile e la qualità si vede dai dettagli. Un'antina che “batte male”, una luce delle antine non omogenea, il piede di un tavolo non perpendicolare, un vetro montato al contrario, una maniglia leggermente storta...niente di questo può passare per raccontare la qualità.

E dopo tutto questo inizia il vero divertimento. Sei li che guardi e studi la forma della stanza, l'abbinamento dei colori, dei materiali: quanto vetro, quanto legno, che tipo di vetro e che tipo di legno; quanto metallo? Lucido, satinato o laccato? E mentre discuti con l'art buyer lo stile e lo styling dell'oggettistica che lei noleggerà ed acquisterà per arredare l'ambiente, gli allestitori dello studio vanno di rifinitura: inevitabili ritocchi alla vernice graffiata nel montaggio, qualche mattonella del rivestimento che si è scollata, i battiscopa e i decori se necessari...si montano finestre e porte e tutto è pronto per accendere la prima luce che è la più importante, quella che poi guiderà tutto.

E qui, permettetemi di essere un po' blasfemo, sei il dio della situazione: in quel momento decidi tu se è notte o se è giorno, che ora è, se c'è il sole o è nuvoloso...nulla è precluso alla tua fantasia e, se hai la fiducia del cliente, sei libero di fare ciò che vuoi. Perché il fotografo d'arredamento, per il cliente, è un po' come il parrucchiere per le donne: parti nella totale diffidenza perché secondo lui nessuno è capace di fare il suo prodotto bello come lui ritiene che sia. Se invece gli dimostri di farlo anche più bello di come lui lo immagina, lo hai conquistato per tutta la vita. E a meno che non gliela fai proprio grossa, si fiderà per sempre di te, ti lascerà fare e non ti lascerà più per tutta la vita...più o meno. Proprio come le donne col loro parrucchiere ;-)))

E dopo la prima luce vai con una batteria di altri apparecchi di tutte le potenze e dimensioni, dai 10.000 ai 300 W (quando si lavora in luce continua) con pannelli di tutti i materiali e di tutte le dimensioni. Dai polistiroli da 1mx1m ad enormi pareti di multistrato larghe 2,5 alte 5 metri.

E mentre l'art buyer allestisce la scena, tu la segui con la luce mettendo in evidenza le zone fondamentali che descrivono al meglio il soggetto e che lei sottolinea creando composizioni con l'oggettistica. Una foto di arredamento è un concentrato di molti, a volte decine di still life.

Alla fine nella scena puoi aver messo anche una ventina di punti luce di diverse potenze e caratteristiche a seconda del soggetto da illuminare. E la bravura sta nel mescolare bene tutto quanto per far percepire tutto come illuminato da un'unica sorgente di luce, come accade normalmente nelle nostre case, mantenendo un'atmosfera che deve colpire l'osservatore e fargli aver voglia di osservare quella foto, di fargli venire voglia di abitare proprio lì, in quell'ambiente che 2 giorni prima non esisteva e 1 giorno dopo, con l'esatta progressione contraria di come è nata, non esisterà più se non in un “pezzo di plastica”,fino a qualche anno fa, in una interminabile serie di “numeri”, sempre più spesso oggi. Via tutto e si ricomincia da capo, con un nuovo disegno, nuovi mobili, nuovi oggetti e nuove luci.

Questo è quello che dal 1990 al 1999 è stato il mio “pane quotidiano”, sempre uguale ma sempre diverso, ogni volta una diversa sfida, ogni volta un problema da risolvere solo con la tua esperienza o per accumulare esperienza.

E dal 90 al 99, foto dopo foto, lo studio perdeva soci (Paolo uscì, come desiderava, un anno dopo; Franco per contrasti se ne andò nel 94), ma cresceva in attrezzature, strutture e dipendenti: la Sinar 13x18 del 90 era stata affiancata da 2 sorelle, il parco ottiche andava dal 75 al 360 con focali as intervalli di 20mm anche doppie per lavorare su più set contemporaneamente, visto che nel frattempo, altre alla già citata art-buyer dipendente (affiancata all'occorrenza da qualche free-lance) erano arrivati anche 2 allestitori di ruolo e un assistente, poi secondo fotografo, al quale si aggiungeva spesso Paolo che continuava a collaborare con noi nei periodi di maggior impegno. E per far fronte a tutto questo, i 10 punti luce del 90 erano ormai diventati più di 70 e i 500 mq iniziali si apprestavano a diventare 800.

Questo lasciai nel 99 quando, un po' invidioso del tempo libero che aveva Paolo (che io mi sognavo passando in studio mediamente 12 ore al giorno, spesso anche il sabato e la domenica), decisi di seguirlo...non solo metaforicamente, uscendo anche io dalla società ma anche fisicamente, iniziando a collaborare con lui nella fase “zingaresca” della mia professione che cominciò l'1/1/99 e continua tuttora...ma questa è un'altra storia...e ve la racconterò prossimamente ;-)


...allestimento in corso...avanzato

...risultato finale...uno dei tanti...

...scatto per copertina catalogo cappe aspiranti per cucina...

...arredamenti "finiti"...





...ufficio con animato

lunedì 11 gennaio 2010

Milano, arriviamo...A NOI!!!

Allora, dov'eravamo rimasti?

Si, avevamo lasciato Totò e Peppino (Luca e Paolo) che mesti se ne tornavano a casa dopo la fallita spedizione alla Scala.

Saltiamo tutta la parte che separa il rientro e arriviamo al 23 di febbraio, giorno in cui, permessi alla mano, avremmo avuto finalmente accesso ai bar interni della Scala. Nel frattempo il nostro cliente aveva perfezionato tutto secondo regola e Paolo aveva avuto il numero diretto e nientepopodimeno che il numero di cellulare di Alessandro Magno!!! Oh, vi rendete conto???!!!??? Non solo, aveva il permesso di chiamare in qualsiasi momento ne avessimo avuto bisogno. Non essendo più legati al lunedì, decidiamo di scegliere il venerdì per lavorare, ma l'accordo col Magno era che saremmo arrivati il giovedì intorno alle 16 per fare il famoso sopralluogo per avere un'idea di cosa fotografare, visto che il tempo a nostra disposizione sarebbe stato comunque limitato. Assicuratoci anche il pernottamento a casa della cognata di Paolo (eh si, ci piace soffrire), aspettiamo solo il giorno della partenza. Ebbene, stavolta che a Milano sembra poter andare tutto liscio, i problemi cominciano in terra natia. Già da qualche giorno prima della partenza, una perturbazione aveva portato abbondanti nevicate su tutto il versante Adriatico fino alla costa, tanto che il martedì avevo interrotto a Cattolica un viaggio che doveva portarmi in Veneto. Decidiamo quindi di spostarci in treno, optando per l'attrezzatura “leggera”, ossia una batteria di 8/9 flash a slitta, stativi e cavalletti piccolini, ma comunque un bel carico.

Durante il viaggio, all'altezza di Parma, ancora sotto la neve (che ci accompagnerà fino a Piacenza), Paolo fa il primo tentativo di chiamare il Magno...l'ufficio suona a vuoto, il cellulare irraggiungibile. A me comincia a tornare su il panino che avevo appena finito di mangiare. “Sarà a pranzo”, sentenzia Paolo, e io di fronte all'evidenza dei fatti, dato l'orario, fingo di crederci. Alle porte di Milano, intorno alle 15, Paolo fa un altro tentativo con gli stessi risultati del primo, e io “Ma quanto magna Magno?” :-))) Non per fare il gufo, ma la cosa mi puzzava, tanto per cambiare.

I tentativi si infittiscono: 15,30, poi appena scesi dal treno, poi attendendo il taxi (non vuoi che ci sia la fila con la settimana della moda in corso?), poi dal taxi che ci porta verso la Scala con l'autista che ci chiede se siamo giornalisti che vanno a documentare l'agitazione...l'agitazione???... L'AGITAZIONE???????????? La mia di agitazione non c'è bisogno di documentarla, è decisamente visibile “Si-fa il tassista-pare che il sovrintendente sia stato sfiduciato e che le maestranze siano in sciopero permanente tanto che il cartellone degli spettacoli è stato annullato almeno fino a marzo e pare che anche il maestro Muti stia per saltare”

Beh, devo dirvi qualcosa? No, come allora piombo in mutismo assoluto (che non era sostegno al Maestro) e proseguo nella fredda cronaca. Siamo davanti al teatro alle 15,45 e facciamo l'ennesimo tentativo di telefonare mentre percorriamo il loggiato che porta all'ingresso artisti (che ormai conosciamo a memoria. E scopriamo che la cosa è reciproca perché il portiere, appena varchiamo l'uscio esclama “Ancora voi???!!!???” Spieghiamo al buonuomo che stavolta abbiamo tutto in regola, che dobbiamo solo vedere il dott. Magno che ci accompagnerà a fare un sopralluogo “Ma il dottor Magno è in assemblea sindacale permanente con le maestranze” e io “Quanto dura l'assemblea?” “Permanente non le dice niente? - fa lui – Come può finire tra 5 minuti, così potrebbe durare fino a domani mattina” Ci frughiamo in tasca...si, abbiamo sigarette sufficienti per la lunga attesa. Andiamo al bar esterno per conoscere finalmente il Magagna (direttore dei bar) e scroccargli un caffè, poi torniamo a fare l'appostamento di fronte alla porta a vetri dell'ingresso artisti e via con le prime sigarette e considerazioni, più o meno funeste. Pensiamo che anche se l'assemblea finisse a breve, il Magno alle 17 stacca dall'ufficio e non è detto che ci presti attenzione. Ma i nostri polmoni non furono devastati così tanto, visto che alle 16,30 cominciò ad uscire della gente abbastanza arrabbiata e dopo una cospicua processione di facce sconosciute e tese, ecco che il buon Magno, visibilmente provato e meno bello di 2 settimane prima, si affacciò alla porta.

Prima nota positiva dell'avventura: saluta e si scusa e ci spiega brevemente la situazione che era più o meno (con qualche dettaglio in più) quella che ci aveva detto il taxista. Lui aggiunge che, data la situazione particolarmente delicata, il giorno successivo sarà costretto ad accompagnarci durante tutto il lavoro e che non potremo scattare oltre le 13...sempre di meno!!! Ma la cosa positiva era che, ancora una volta, avremmo trascorso una sola notte col "Vandalo" :-)))

Veloce giro, e scegliamo di lavorare principalmente nello splendido ed enorme foyer e più velocemente in altri 2 bar, di più non saremmo riusciti a fare. Finito il giro, salutato e dato appuntamento per la mattina successiva al dott. Magno, siamo di fronte alla Scala con le nostre borse di attrezzatura, sacche di cavalletti e borse effetti personali. Ci accendiamo una sigaretta e Paolo fa la fatidica telefonata per annunciare alla cognata che di lì a mezz'ora saremmo arrivati. Chiuso il telefono guardo l'orologio, guardo Paolo e gli dico “Sono solo le 5...fino a sera non credo di resistere...” Neanche mi fa finire di parlare che è già di nuovo al telefono con la cognata “Abbiamo saputo che c'è una bella mostra e abbiamo deciso di andare a vederla. Ci vediamo per l'ora di cena” A quel punto dovevamo davvero trovare qualcosa da fare per le prossime 3 ore, visto che stava anche iniziando a piovere. “Andiamo in piazza Duomo che qualcosa troviamo”

Insomma, mani e spalle occupati ci avviamo verso piazza Duomo e infatti, già in galleria abbiamo avuto il sospetto che qualcosa in piazza avremmo sicuramente trovato, visto che più ci avvicinavamo, più aumentava la gente, fino a che con i nostri bagagli ci troviamo praticamente incastrati trascinati dal flusso (nostro malgrado) verso una meta sconosciuta ma decisamente molto affollata. Ebbene, ci si aprì la vista di una piazza Duomo piena come un uovo, dove dei maxischermi stavano trasmettendo quello che avveniva in chiesa, precisamente il funerale di don Giussani, fondatore di CL...rispetto massimo e cordoglio per lui...ma che sfiga per noi, incastrati con le nostre borse tra la folla dei 30.000 che nonostante la solennità della circostanza, non lesinava qualche bel “complimento” al nostro indirizzo a causa dei nostri ingombranti bagagli, che qualche anca e qualche tibia l'hanno anche martoriata. Insomma, per arrivare all'ufficio APT dall'altro lato della piazza ci impiegammo un tempo infinito...ma ci arrivammo!!!

Entriamo e chiediamo se ci fosse qualcosa da vedere, la gentile signorina ci consiglia una mostra di Helmut Newton da Photology. Chiediamo una cartina per andare a piedi, ma la signorina ce lo sconsiglia visto che non è vicinissimo e sta anche piovendo, ci da quindi la fermata metro più vicina e il percorso per arrivarci. Benissimo, usciamo e decidiamo di evitare gli ingressi Duomo che ci avrebbero costretto a rimetterci nella calca, ci allontaniamo dalla piazza e scendiamo verso la prima fermata che troviamo.

Non dimenticandoci di essere Totò e Peppino, litighiamo per un po' con la macchinetta automatica per i biglietti che non ne vuole sapere di accettare i nostri 5€ neanche troppo sgualciti e da buoni terroni ogni tanto facciamo smaltire la fila che si forma dietro di noi per poi ritentare inutilmente, mentre da un po' l'altoparlante gracchia lo stesso annuncio che ad un certo punto mi decido di ascoltare con attenzione.

Dice “Per motivi di ordine pubblico gli ingressi Duomo vengono chiusi. Servirsi delle vicine fermate Cordusio e Missori...Cordusio e Missori? Noi dove siamo? Giriamo lo sguardo verso il cartello che ce lo svela “MISSORI” e vediamo avanzare verso di noi un fantozziano fiume di persone, così compatto che sembra un corpo unico...attoniti e ancora senza biglietto, assistiamo impotenti e rassegnati al formarsi di una fila di decine di metri di fronte alla nostra e alle altre macchinette. Dopo un quarto d'ora è di nuovo il nostro turno e finalmente, dopo qualche tentativo a vuoto abbiamo i nostri biglietti per raggiungere l'agognata fermata Moscowa, vicino alla quale c'è la piccola (avendone vista una sontuosa l'anno precedente a Bologna) ma comunque interessante mostra del Maestro tedesco.

Alle 18,30 più o meno siamo fuori dalla galleria e approfittiamo del bar di fianco per un aperitivo con pianificazione degli scatti del giorno successivo. Andandocene chiediamo alla ragazza del bar dove sia un vicino punto per prendere un taxi e lei si offre di chiamarcene uno direttamente. Paolo che è un po' diffidente per natura, chiede di avere il numero per farlo noi. Usciamo e ci incamminiamo verso l'incrocio indicatoci e cominciamo a chiamare il numero. Niente, suona invano per tempo immemore...la pioggia e la settimana della moda... probabilmente tutti i taxi sono più che occupati. Tentiamo di prendere al volo dai taxi che ci sfrecciano davanti, i numeri di altre compagnie che non portano comunque risultati diversi dalla prima, fino a che, come nei film americani, usciamo dal cornicione che riparava si e no le nostre schiene dall'acqua, ci mettiamo sul ciglio del marciapiede ad alzare il braccio di fronte ad ogni taxi che vedevamo arrivare. Uno di questi si impietosisce e nonostante fossimo nel bel mezzo di un incrocio, si ferma a rischio tamponamento e ci porta all'ultima destinazione della giornata: la "tana del Vandalo”...ma visto che ho già scritto troppo e promettendovi che la conclusione sarà breve e con “colpo di scena”, per adesso vi saluto e vi do appuntamento a molto presto ;-)


"Pranzo" in treno nel viaggio di andata



giovedì 3 dicembre 2009

Totò e Peppino alla Scala...cronaca seria e vera di altre folli giornate milanesi

Vi racconto questa altra avventura milanese, forse più incredibile di quella in fiera nel 2008. Preparatevi che è un po' lunga...e in 2 puntate.

Badate bene...tutti i nomi che citerò non sono di fantasia ma pura realtà e a mio parere hanno avuto una sinistra influenza in tutto ciò che è accaduto :-)))

Un cliente che produce macchine per caffè da bar per un marchio prestigioso, vinse l'appalto per la fornitura dei 7 bar della Scala dopo il suo restauro terminato nel 2004. Nel contratto di fornitura, riescono a farsi accordare una giornata per realizzare degli scatti fotografici che documentassero la presenza delle loro macchine all'interno del teatro a scopo pubblicitario.

Ci viene commissionato tale lavoro e teniamo contatto con il commerciale del nostro cliente che ha curato l'appalto e che si sarebbe occupato di tutta la parte burocratica della cosa. Per noi, tutti i contatti preliminari furono tenuti da Paolo, che organizzò anche la trasferta, procurando appoggio a casa di sua cognata che abita a Milano.

Il lavoro è fissato per lunedì 15 febbraio 2005, giorno in cui ci sarebbe stato un concerto della stagione Sinfonica. Il nostro progetto era di realizzare durante la giornata degli scatti ai bar vuoti e la sera, nell'intervallo del concerto, macchina sul cavalletto e tempo lungo, una serie di scatti più “vissuti” con delle persone in movimento e una coppia di modelli (scelti e chiamati da noi tramite agenzia), immobili e unici riconoscibili con tazzina marchiata in mano.

Dalla ditta ci danno l'ok, organizziamo e partiamo domenica 14 per poter essere operativi dalla mattina presto. Carichiamo un mare di attrezzatura e partiamo. Per prima cosa, Paolo mi chiede di memorizzare per sicurezza il numero del nostro referente a Milano che era all'epoca il direttore dei bar, il signor Magagna...non so da voi, ma da noi “magagna” ha il significato non proprio augurante di qualcosa che non funziona :-) Ma a parte il nome, quello che a me suona strano è il ruolo: “Siamo sicuri che per lavorare con quantità di attrezzature all'interno della Scala (benché fossero i bar) basti il permesso del direttore dei bar stessi?”- chiedo a Paolo. Lui mi tranquillizza dicendo che è tutto ok e che il nostro uomo ha pensato a tutto...si, il nostro uomo, il commerciale che ha messo a segno quel bel colpo per l'azienda...il dott. Pompei... no, nessun errore, proprio Pompei... Magagna, Pompei...mmmmmmmmhhhhhhhhh...qui la faccenda puzza.

Durante il viaggio, Paolo mi mette al corrente che sua cognata che ci ospiterà ha un bimbo di 3 anni un po' “irrequieto”, tanto che periodicamente, marito e moglie a turno vengono una settimana in Ancona dai genitori di lei per prendersi una pausa e spurgarsi un po' dallo stress da bimbo. Io pensavo...e che sarà mai? Beh, ho dovuto attendere solo qualche ora per scoprirlo. Nel frattempo eravamo giunti a Milano e decidemmo di passare davanti al teatro per renderci conto della situazione.

Alle 19 arrivammo a casa dei nostri “ospiti” e cominciai a fare conoscenza del piccolo vandalo che, dopo un po' di timidezza iniziale ( 2 minuti e 37 secondi) cominciò a reclamare i suoi diritti di bambino a voler e dover giocare a suon di calci e pugni al padre, alla madre (e va beh), ma anche a me e Paolo e ad urlare come un forsennato se non gli si dava ascolto. Chiedeva di leggergli la favoletta mentre lui faceva tutt'altro, ma se smettevi ti si scagliava contro con rincorsa con un pugno dritto alla bocca dello stomaco. Ciliegina sulla torta, finita la sua cena, mentre noi stavamo ancora mangiando, si “stravaccò” su di me con una banana della quale non sopporto neanche l'odore. Quando finì di mangiarla, ebbe la meravigliosa idea di pulirsi mani e bocca nel mio maglione...credo che quella fu l'unica volta nella mia vita dove mi vennero istinti di violenza verso un altro essere vivente senza tentare di reprimerli. Lo presi di peso e lo spostai di un buon metro da me, nonostante avessi la finestra a portata di mano con un bel 20m di dislivello dal piano stradale; risultato? Mi assestò un bel calcio in un malleolo...una goduria. Pensai bene, a quel punto, che la cosa migliore da fare fosse andare a dormire e sarebbe finito tutto: povero illuso.

Prima di darci la buonanotte, i padroni di casa ci diedero la fornitura necessaria per sopravvivere alla notte, cioè una brocca d'acqua a testa “Qui il riscaldamento è centralizzato, lo tengono altissimo e lo spengono tardi. Di notte non è raro svegliarsi per la disidratazione”. Verissimo, ma prima di essere svegliato dalla mia sete, fui svegliato da un MAAAAAAMMMMMAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAACCCCCCCCCQQQQQQQQQQUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA.

Un urlo continuo che squarciava la notte fino a che la mamma si presentava sulla soglia col bicchiere d'acqua, allora il novello Tarzan impegnava la sua bocca per bere e non per urlare. Questo, mi dissero poi, succedeva di norma 3 o 4 volte per notte, estate e inverno senza distinzione. Ma fummo fortunati perché quella notte accadde 2 sole volte, forse anche perché alle 6 eravamo già in piedi per essere puntuali all'appuntamento che il Magagna ci aveva fissato per le 8,30

Alle 8,15 eravamo davanti al bar esterno, base d'appoggio e di partenza. Paolo accosta la macchina, scendo ed entro nel bar chiedendo del direttore. Mi viene detto subito che il direttore arriva non prima delle 9 di solito. Pensai che per l'occasione ci avesse concesso mezz'ora e non fosse ancora sul posto visto che eravamo noi in leggero anticipo. Chiedo il permesso di scaricare intanto le attrezzature, cosa che mi accordano, cosicché possiamo andare a lasciare la macchina al parcheggio che avevamo individuato a 200mt...non molti, ma con tutte le attrezzature che avevamo non certo pochi. Andiamo verso il parcheggio e quando il navigatore indica che siamo a 30mt....blocco per lavori in corso. Deviamo ed entriamo in una strada stretta dove il navigatore a causa dei palazzi alti ai lati perde il segnale e noi, che siamo un po' come Totò e Peppino, ci siamo persi di brutto. Morale, dopo aver girato 4 volte intorno allo stesso punto, ci dirigiamo verso un altro parcheggio del quale avevamo visto l'indicazione tentando di arrivare all'altro.

Rientriamo nel bar che sono le 8,45 (mezz'ora per parcheggiare a 200m) ma di Magagna nessuna traccia. Paolo tenta di chiamarlo al telefono: “L'utente è irraggiungibile”...ohibò...che i miei foschi presagi prendano corpo? Decidiamo di muoverci in proprio e chiediamo ai baristi la cortesia di rintracciarlo mentre noi saremmo andati a farci un giro di sopralluogo.

Borse in spalla per prendere qualche “appunto” ci rechiamo all'ingresso artisti, come ci avevano indicato i dipendenti del bar, ci qualifichiamo e...il portiere non sa niente di noi. Facciamo controllare sotto tutti i nomi possibili, se non i nostri, quello del cliente, di Magagna e persino di Pompei. Niente di niente. Spieghiamo bene cosa dovremmo fare, ma ci viene risposto che senza permesso non possiamo accedere. Torniamo al bar “Abbiamo rintracciato Magagna...” dice una delle bariste, (prima buona notizia-penso-) “...è malato e oggi non verrà...” (ma perché non sto zitto?) “...ma ora arriva il vice direttore e vi accompagna lui.” (Questa si che è una buona notizia!!!)

Di nuovo borse in spalla e via, di nuovo verso l'ingresso artisti, veloci che sono già quasi le 10. Aspettiamo in un angolo mentre il vicedirettore confabula col portiere. Torna da noi e ci dice le stesse cose che il tizio aveva detto a noi “Senza permesso non si entra”. Nel frattempo, un tizio benvestito (una sorta di Lino Banfi più grasso) al tornello di ingresso, incuriosito dal movimento, si avvicina e chiede chi fossimo e cosa facessimo lì. Lo mettiamo al corrente e lui si qualifica come vice della sovraintendente e ci dice (udite che novità) che “Senza permesso non si entra”, ma aggiunge una nuova informazione: alla nostra rimostranza che il permesso ci era stato assicurato dal cliente essere stato concesso, ci disse che (magari qualcuno di voi lo ricorda) in quel periodo era in atto una agitazione delle maestranze della Scala contro la sovraintendenza, per cui il clima non era proprio dei più distesi. Sarebbe stato meglio desistere dal nostro intento, a suo dire. “Ma noi abbiamo fatto 450 km per venire a lavorare”. Alzata di spalle di rito - “Mi dispiace” fu la sua risposta.

Torniamo al bar, il vicedirettore richiama il Magagna che gli consiglia di farci un permesso provvisorio di quelli che loro usano per far accedere baristi e fornitori alle sale interne. Che idea geniale...stavolta, forti del permesso ci dirigiamo direttamente ai tornelli, saltando il portiere che, poverino, si sentiva escluso.

“Questi non valgono”, sentenzia il Benvestito “e poi il Maestro Muti ha appena iniziato le prove e non vuole assolutamente nessun estraneo all'interno del teatro”. “Ma noi è nei bar che dobb...” “NESSUNO!!!” A quel punto tentiamo di capire come fare per salvare almeno la giornata e decidiamo di andare alla fonte del problema: chiamiamo Pompei, non la città, il nostro referente. Che ci conferma di aver fatto tutto secondo prassi e comunicato per tempo che tal giorno a tal ora sarebbero giunti n° 2 fotografi da Ancona per fare servizio ai bar interni del teatro con soggetto macchine per caffè fornite dalla ditta tal dei tali. Tutto questo l'avrebbe concordato telefonicamente col segretario personale della sovrintendente, dott. Magno. Mettiamo al corrente di ciò il Benvestito che senza replicare si avvicina al portiere che prende il telefono. Il Benvestito torna verso di noi e ci dice “Ora scende il dott. Magno” Nell'attesa io e Paolo cerchiamo di riprogrammare il lavoro in base al poco tempo rimasto, sono quasi le 11: pensiamo di tralasciare i bar piccoli e di concentrarci solo sui 3 grandi e scegliere quello nel quale sarebbe stato più comodo lavorare la sera con il pubblico e i modelli, così da comunicarlo al dott. Magno che nel frattempo esce dall'ascensore e si presenta “Magno Alessandro”.................................ho capito bene?

Cioè, ai nostri Magagna e Pompei, che sanno di sòla e tragedia, il “nemico” contrappone nientepopòdimeno che Alessandro Magno!!! Beh, possiamo anche andare a casa :-))) Il giovine (e bello) Alessandro Magno conferma che è tutto vero...nel contratto c'è che al cliente veniva accordato il servizio, vero che Pompei aveva comunicato telefonicamente che saremmo arrivati tal ora di tal giorno, ma vero anche che la cosa non era mai stata formalizzata da un documento...in sostanza, un fax o simile che ufficializzasse la cosa... “Verba volant, scripta manent” Questo disse a noi, questo ripeté al Pompei che noi richiamammo e facemmo parlare con Alessandro Magno che gli disse “Ma pensava che alla Scala che è un monumento nazionale, tempio mondiale della musica, lei potesse entrare come a casa di un amico?” E non aveva tutti i torti, onestamente.

Speravamo che, capito che noi eravamo vittime dell'approssimazione colpevole di una terza persona, quantomeno per pietà ci facessero lavorare; illustrammo quindi i nostri intenti. Ci ascoltò per sentenziare alla fine:”Non ci siamo capiti: senza permesso della Sovrintendenza non si entra e le foto durante il concerto, col pubblico presente toglietevele dalla testa, oggi e per sempre. Detto questo, signori, io ho i miei impegni, torno nel mio ufficio” GELO!!!

Tornammo al bar nostra base (per fortuna quello ha l'accesso dalla piazza), per prima cosa avvisammo i modelli che il lavoro era saltato e che avrebbero potuto comunque addebitare al cliente la tariffa per mancato lavoro, cosa che non fecero. Decidemmo quindi, per non mandare tutto in fumo e visto che comunque erano le 11.30, di fare comunque gli scatti nel bar esterno, dopodiché, siccome il servizio interno andava comunque fatto e saremmo dovuti tornare una volta formalizzati tutti i permessi, avremmo fatto un sopralluogo nel pomeriggio, visto che la prova del Maestro Muti sarebbe nel frattempo terminata.

Fatti i nostri scatti, torniamo col permessino e senza macchine fotografiche all'ingresso artisti, dove il Benvestito neanche ci fa avvicinare che esclama “Allora non ci siamo capiti!!!” Un po' come nelle comiche anni 30 dove ti ripresenti vestito da idraulico, da ragazzo delle pizze, da prete, ma ti riconoscono sempre e non ti fanno entrare :-((( “Siamo senza attrezzatura, le prove sono finite, l'equivoco è chiarito, facciamo solo un giro per vedere quello che ci aspetta quando torneremo” E lui “Mi dispiace, le visite si possono fare solo di mattina”-”Ma come, stamattina...” “SOLO DI MATTINA!!!”

Mestamente torniamo al bar dichiarando la nostra resa e ci dirigiamo verso il parcheggio per recuperare la macchina e tornare a caricare le attrezzature: 6 ore di parcheggio una ventina di euro...se rinasco, apro un parcheggio a Milano!!!

Facciamo il nostro carico, salutiamo e ci dirigiamo verso la nostra base di appoggio a riprendere le valigie: visto che è andata così non dobbiamo restare un'altra notte a Milano come sarebbe stato necessario secondo i nostri programmi lavorando fino a notte per lo spettacolo. E quella è stata l'unica vera nota positiva di tutta questa storia...salvi dal vandalo.

E pensate sia finita qui? Ovviamente no perché saremmo dovuti tornare, ma tenete bene in mente il fatto che in quei giorni c'era l'agitazione delle maestranze della Scala, perché avrà un ruolo fondamentale nel calvario che ci aspettava al nostro ritorno, con tanto di neve e megafunerale in pazza Duomo...

A presto ;-)



domenica 22 novembre 2009

...fase 2...più o meno funziona così...

Nel post precedente ho fatto un piccolo balzo in avanti, raccontando un aneddoto che in realtà è abbastanza recente, ma era già lì, bell'e pronto solo da copiare e incollare e per un attimo non ho saputo resistere alla mia proverbiale pigrizia.

Ma ora, con un bel balzo indietro, torniamo al 99...più o meno...si beh insomma, agli inizi della “fase 2”. In sostanza, giusto per fare un breve riepilogo, la proposta CFI (Consorzio Fotografi Indipendenti, cioè io Paolo e Andrea), consiste nel portare lo studio dove lo studio non c'è. In genere le aziende di arredamento hanno enormi spazi e molto facilmente riescono a destinarne una “piccola” porzione (dai 200mq in su) per fare le foto ai loro prodotti.

Il nostro lavoro parte proprio da qui, dall'individuazione dello spazio migliore da destinare e dalla consulenza su come organizzarlo ed allestirlo per fare in modo che si riesca a lavorare nel migliore dei modi. Alcune delle caratteristiche fondamentali sono: forma più regolare possibile, un quadrato o rettangolo senza colonne e “ostacoli” simili, alto minimo 4 metri, meglio se 5.

Questo perché le forme e le dimensioni degli stand sono molto variabili e ogni volta diverse, anche una semplice colonna portante potrebbe diventare un impedimento alla costruzione degli stand e al posizionamento delle luci.

Una cosa fondamentale in fotografia (non solo quella di arredamento) è che la macchina e le luci vanno messe dove vuoi, non dove puoi.

Una volta individuato lo spazio, diamo le indicazioni su come renderlo funzionale alle nostre esigenze...e qui cominciano i primi dolori. In genere diamo le indicazioni su come e con quali materiali fare l'oscuramento della zona e costruire le pareti necessarie a noi per illuminare o fare da fondo alle finestre, che in genere sono di dimensioni enormi, per cui consigliamo di fare dei semplici scheletri di massello di abete rivestiti di tela di cotone grezza che poi verrà verniciata...e qui già cominciano i problemi.

Benché il risparmio non sia la molla principale che muove il cliente a fare una scelta del genere, non si capisce bene per quale motivo invece di spendere pochi euro per acquistare i materiali da noi suggeriti, preferiscono usare i materiali che hanno in casa propria. In sostanza, in una azienda di mobili fanno tutto con enormi e pesantissimi pannelli di truciolare, se fossimo in aziende metalmeccaniche userebbero lastre d'acciaio da 1 cm di spessore. Lo stesso dicasi per la costruzione. Dai le indicazioni precise su metodi e dimensioni che chiunque (più o meno) seguendole alla lettera potrebbe realizzare uno stand. Invece preferiscono affidarsi alle aziende che gli allestiscono gli spazi nelle fiere, con il risultato che ti ritrovi uno stand che invece di essere modulare e facilmente modificabile è più solido di una casa in cemento armato e quel che è peggio, con pareti e soffitti che finiscono esattamente dove finisce il mobile, senza contare che per la prospettiva, gli ingombri necessari sono maggiori.

Per fare un esempio: una volta l'architetto chiese una parete da 2,5 x 2 mt per fare da schiena ad un letto che rimanesse libera al centro della stanza. Una parete così, fatta coi nostri criteri, una persona la solleva e la sposta da solo. Ce l'avevano costruita tamburata (telaio interno e rivestimento su entrambi i lati) con moraletti da 10x10 cm e fogli di truciolare da 11mm, col risultato che per spostarla dovevamo essere in 4 persone che la tenevano in equilibrio, mentre un quinto manovrava il muletto che serviva per sollevarla.

Il primo lavoro del “team” che all'epoca vantava la presenza di Maurizio e Renato (ecco che ricompare anche lui che all'epoca aveva chiuso il negozio e aperto uno studio in società con Maurizio) al posto di Andrea che li sostituì un paio di anni più tardi, in quanto il mobile non era la loro specializzazione, arrivò proprio a cavallo tra il 99 e il 2000 per un cliente di Reggio Emilia che per il rilancio della sua azienda doveva rifare l'intera immagine. Incaricò un'agenzia di Milano con la quale già collaboravo che mi affidò il lavoro.

Un paio di incontri preliminari per conoscere il cliente e discutere sullo stile dei cataloghi, uno per la presentazione dei progetti dell'architetto, uno con la squadra dei montatori che avrebbe avuto il compito di allestire scenografie e montare le cucine, guidata da un ex capofabbrica ormai in pensione ma molto esperto, che al primo incontro ci disse “ditemi cosa vi serve che so io come si fa”.

Questi sono i soggetti che temiamo di più, quelli che credono che allestire uno stand per le foto sia la stessa cosa che allestirli per una fiera o una sala mostre. Non è proprio così...non è per niente così. Molti pensano addirittura che dove entra un mobile sia anche possibile fargli la foto: diciamo che più o meno servono 2/3 metri intorno ad ogni lato aperto dello stand, 4/5 dal lato da dove si farà l'inquadratura principale.

Pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, siccome eravamo di passaggio per andare ad un meeting fotografico vicino Venezia, deviamo e facciamo un salto in azienda a controllare come procedevano gli allestimenti. Tutto come sospettavamo: pareti, pavimenti e soffitti terminavano esattamente 1 cm fuori dalla cucina, avevano addirittura tagliato tutte le mattonelle del pavimento a 45° per “rifinire” meglio.

Andiamo dal cliente per riaffermare, come facemmo presente all'incontro tecnico, che sarebbero così mancate enormi fette di immagine e andava assolutamente tutto ampliato di almeno 1 metro ai lati, almeno 2 per pavimento e soffitto. Risultato: il “capo” si offese sentendo messa in discussione la sua esperienza e competenza, posò distintivo e pistola (metro e cacciavite) sul tavolo e sparì per sempre dalla circolazione :-))))

Avevamo 3 set allestiti con 3 cucine montate, confermammo il nostro arrivo per il lunedì successivo, ma urgeva rimpiazzare la squadra montaggi. Arrivarono a tale scopo dei “baldi” giovani che noi soprannominammo “i Vaschi Rossi”, dal momento che (l'accento aiutava) sembravano sempre perennemente un po' fatti e un po' ubriachi, giravano a ritmo che in confronto un bradipo sembra Bolt (il velocista, non lo sgrassatore) e dovevamo sempre andarli a cercare nei 6,000mq di capannone che avevamo a disposizione per lavorare.

Pensate che lavorammo in quel posto dai primi di novembre fino a poco prima di Natale. Era un vecchio magazzino temporaneamente vuoto, senza riscaldamento; lavoravamo vestiti come palombari, coi guanti alle mani che quando toglievamo per caricare le lastre (non eravamo in epoca digitale) dovevamo togliere e il tempo di infilarle nella sacca-camera oscura erano già gelate ed insensibili. Una operazione così delicata ma che richiede pochi minuti si tramutava così in una impresa titanica. Ogni tanto sostavamo dalle parti dei fari per riscaldarci un po' ma tranne urgenze, alle 16 in genere smettevamo di lavorare perché solo camminare (e nell'arredamento si cammina tanto) diventava una sofferenza, col freddo che tagliava la faccia, unico sollievo possibile, la doccia bollente dell'albergo.

Per darvi un'idea del freddo, pensate che un giorno nella pausa pranzo, Renato per riscaldarsi prese una zuppa bollente, col risultato che, mangiando di fretta e uscendo dal ristorante con uno sbalzo termico improvviso di una trentina di gradi, si beccò un bel blocco intestinale e dovemmo riaccompagnarlo subito in albergo; la sera non venne neanche a cena :-)))

La cena in genere è il momento migliore, ci si può rilassare un po' non avendo il pensiero di tornare al lavoro...ma giusto un po', poi a letto per essere di nuovo in pista la mattina successiva alle 7. Quando si lavora fuori in genere è così, non hai mai tempo e voglia di farti un giro o anche solo andare a bere una cosa la sera...sei lì, lavori e pensi solo a lavorare.


Come corredo di immagini vi rimando ad uno “slide” che racconta un po' tutte le tappe tipiche di un viaggio di lavoro: viaggi, lavoro, pranzi cene colazioni etc.... Qui eravamo in Abruzzo nello show room del cliente, non in uno spazio creato appositamente per le foto, per cui c'è poca scenografia. Gli scatti servivano per un pre-catalogo.

Comunque...questi sono un paio di esempi del risultato



venerdì 20 novembre 2009

Giorni di ordinaria follia a Milano

Visto che ci siamo lasciati dicendovi che avrei raccontato aneddoti, mi sono ricordato di uno recente che avevo già pubblicato il 20/04/08 su Myspace, per cui...copio e incollo.
Benché possa sembrare assurdo, vi giuro che quello che leggerete è tutto vero...purtroppo.
E in questi casi penso sempre a quelli che "Che lavoro fai, il fotografo? Beato te...basta che fai clic..."

Sarò breve...o almeno cercherò di esserlo...

3 clienti mi chiedono di realizzare un servizio all'interno dei loro stands ad Eurocucina al Salone del Mobile di Milano. Come da prassi faccio richiedere i permessi per il da farsi, indicando come orario dalle 18 (chiusura fiera) alle 24 (e già mi aspettavo che non fosse accordato, visto che in precedenza alle 22,30 chiudevano baracca e burattini).

Nel frattempo coinvolgo altri 3 colleghi, conscio del poco tempo a disposizione, visto che per ogni cliente c'erano da fare 3 cucine in "forma catalogo". I clienti ricevono i fax di conferma dei permessi ma, come mi aspettavo, vengono concessi a tutti e 3 (badate bene) fino alle 23.

Saltiamo al 15, giorno precedente l'inaugurazione e, quindi, del servizio da realizzare.

Arrivo a Milano e nel pomeriggio mi reco in fiera per ritirare gli originali dei permessi e sbrigare tutta la burocrazia per l'ingresso delle nostre auto fino ai padiglioni, e già qui comincia il rimbalzo da un ufficio all'altro del Centro Servizi Cosmit prima di trovare quello che aveva gli originali dei permessi e mi sento chiedere:

- "Ma il permesso per la forza motrice ce l'ha?"

- e io..."Scusi, ma questo cos'è?"

  • "Il permesso per fare il servizio fotografico, ma alle 18,30 la fiera chiude portoni e stacca la corrente"...

  • "E secondo lei io le foto senza la corrente come le faccio?!!?"

  • "Vada al SATE dei padiglioni 22-24"

Dopo essermi già fatto a piedi mezza fiera (che è grande più o meno come Lampedusa), riparto e mi faccio l'altra metà per trovare il benedetto SATE e ne approfitto per passare all'interno dei padiglioni per incontrare l'architetto che mi spiega il lavoro che gli occorre.

Giunto quindi al Sate mi fanno i permessi per l'ingresso auto e, mentre sto uscendo, la gentile signora mi richiama e mi fa "Ma il permesso per la forza motrice ce l'ha?" potete immaginare la mia faccia e le mie braccia (e non solo) cadere e rotolare al suolo? Mostro alla gentil signora la risma di fogli che mi aveva precedentemente rilasciato il Centro Servizi Cosmit e lei mi assicura che con quelli sono a posto!!!

A quel punto, dopo quasi 4 ore, posso rilassarmi al bar lì di fianco e ordinare il sacrificio del capretto più bello e grasso (ovviamente figurativo, visto che tendo quasi al vegetariano) per festeggiare l'evento.

Tralasciamo l'ora e mezza di coda per fare i 15 km che separano la fiera dal mio punto di appoggio, tralasciamo anche l'ora e mezza che il giorno dopo ho fatto per andare in stazione centrale a prendere il mio collega Maurizio che arrivava in treno e l'ora per andare dalla stazione alla fiera e andiamo direttamente alla porta CARGO 1 alle 16 e, finalmente, l'addetto alla sicurezza-ingressi-permessi ci lascia passare dopo la semplice verifica della mia targa e ci augura "BUON LAVORO".

Breve ricognizione per illustrare a Maurizio il da farsi e alle 17 torniamo alla porta cargo per dare il permesso di ingresso ad Andrea e Paolo, appena arrivati col maxy-van col resto dei quintali di attrezzatura. Altra ricognizione, panino, caffè e siamo pronti per la battaglia.

Scarichiamo e cominciamo a lavorare appena gli ultimi visitatori ritardatari hanno lasciato i padiglioni.

In un silenzio quasi irreale rispetto a qualche ora prima, rimaniamo in compagnia di altri colleghi che come noi sono indaffarati nei loro spazi e delle guardie armate del servizio di vigilanza notturno. Tutto sembra procedere liscio e bene, lavoro nel mio set e giro per controllare che tutto proceda come dovuto negli altri 2.

Alle 22,30 il primo cliente è accontentato, il secondo in via di ultimazione e il terzo a ¾ del lavoro. Ho illuminato le ultime due cucine da scattare, controllando il lavoro con la mia Canon...tutto bene, aspetto che Andrea finisca e mi porti il dorso. Sollecito gli altri per telefono, visto che le 23 sono vicine, ma Paolo mi tranquillizza perché le guardie gli hanno detto che: "Potete tranquillamente andarvene quando avrete finito" Comunque c'è solo da mettere sul cavalletto il dorso, inquadrare e...BUIO TOTALE!!!!!!!!

Alle 23,10 scarse il padiglione 24 precipita nell'oscurità, solo lo schermo del mio pc manda una flebile luce che mi permette di muovermi all'interno dello stand ed uscire per capire cosa stia succedendo alla luce delle lampade di emergenza.

Avviso Andrea di accelerare, visto che la presunta ora del fatidico distacco della forza motrice sembra essere arrivata. Paolo sta parlando con gli addetti alla sicurezza che gli avevano detto che potevamo tranquillamente finire che chiamano l'elettricista di turno che dopo qualche minuto arriva.

Il Tizio, ciclomunito, (non aveva gli sci...) si mostra subito arrogante, cosa che io cerco di contrastare con tutta la calma che chiunque mi conosce sa essere mia dote principale. Ma dopo quasi 40 minuti di inutili suppliche, preghiere e appelli alla comprensione di chi sta lì a lavorare verso altri che vengono da 450km di distanza con montagne di attrezzature per, guarda un po', lavorare, perdo un briciolo della mia calma e con parole meno educate di queste, cerco di fargli capire che la sua testardaggine nel non concederci un quarto d'ora di elettricità (che avrei formalizzato la mattina successiva al SATE per l'addebito al cliente), per noi significava portare a casa un lavoro incompleto, che il cliente ovviamente non avrebbe pagato, ma non solo, col rischio che il cliente, scontento del servizio, lo perdessi definitivamente.

Non c'è stato nulla da fare...45 minuti di lite, evitabili con 15 di corrente. Se al ristorante a prezzo fisso è compreso un bicchiere d'acqua e ne chiedo un altro mica me lo negano!!! Me lo fanno pagare magari quanto tutto il pranzo ma me lo danno. Piuttosto che "morire di sete", pagherei volentieri più del valore reale (e già 100 € all'ora per 3kw di corrente non mi sembrano pochi!!!)

In sostanza rimaniamo soli con i 3 agenti della Security, costernati anche loro dal comportamento del Tizio e vagliamo le varie possibili soluzioni. La prima che ci viene spontanea è smontare e caricare tutto ciò che non serviva più e rimanere all'interno del padiglione e scattare non appena fosse tornata la luce la mattina successiva e togliere le tende subito dopo, ma le guardie ci hanno categoricamente escluso che fosse possibile.

L'altra, unica possibile, lasciare nel ripostiglio del cliente solo l'occorrente per finire il giorno dopo il lavoro. E questo abbiamo fatto, ma c'era la possibilità per uno solamente di restare visto che non eravamo riusciti a trovare un albergo libero fino a Piacenza.

La scelta è stata quasi obbligata, visto che per stare a discutere col Tizio avevamo oltrepassato la mezzanotte e quindi l'auto di Paolo era prigioniera del parcheggio esterno della fiera.

Alle 3, dopo aver liberato lo stand e caricato il Van di Andrea, partiamo diretti Andrea e Maurizio a casa, io e Paolo a Corbetta dove ci saremmo "accampati" in attesa delle 7, ora in cui siamo ripartiti alla volta della fiera, con l'incognita di quello che ci avrebbe aspettato.

L'unica certezza, l'ennesima coda senzasoluzionedicontinuità che ci ha consentito di essere al parcheggio dell'ingresso Ovest alle 8,52. Prime informazioni e ci dicono che dobbiamo andare direttamente al SATE, porta EST (dall'altro capo dell'isola) senza ripassare dal C.S.C.

Vado alla cassa del parcheggio col biglietto alle 9,12... 10,00€ PREGO PAGARE scrive il display. Giro lo sguardo verso l'addetto ATAC presente sotto la pensilina che mi dice "I soldi vanno inseriti nella fessura di fianco" scandendo come fossi un Esquimese che non poteva capire la lingua "Lo so -dico io- ma 10 euro per 20 minuti di sosta non le sembrano un po' troppi???!!!???" E lui "Non è previsto che uno si fermi 20 minuti in fiera -replica lui-, da 0 a 4 ore costa 10 euri"

"E non è previsto neanche che uno possa sbagliarsi parcheggio? Nell'operosa Milano tutto fila così liscio? Il tempo costa così caro? E allora io a chi mando il conto per le 7 ore e mezza che ho passato in coda per la strada?" Ovviamente è una lotta tra poveri per il tozzo di pane...non è a lui che dico queste cose, ma a chi ci vuol far credere che questo sistema di vita non solo è l'unico possibile, ma è anche giusto e bello.

Con queste considerazioni mi dirigo verso la zona EST con la consapevolezza che avrei dovuto pagare altri 10,00€ per altri 20 minuti di sosta.

Tentiamo di capire come arrivare al SATE chiedendo informazioni alle varie reception, fino ad arrivare all'ultimo varco dove un controllore ci blocca dicendo che non possiamo accedere a quella zona senza biglietto............??????????cioè????????? dovrei pagare il biglietto per andare all'ufficio dove si richiedono i permessi per accedere liberamente in fiera? Devo pagare il biglietto per andare a chiedere di non pagare il biglietto? Ma siamo sicuri che io da 3 giorni non sono su candid camera????? Alla fine, esibendo per l'ennesima volta i permessi del giorno precedente, spiegando per l'ennesima volta l'accaduto, l'addetto si impietosisce e ci fa passare.

15 minuti dopo siamo già di nuovo diretti verso l'auto che avevo parcheggiato vicino a quella di Paolo ferma lì dal giorno precedente. Andiamo alla cassa, io pago i miei 10 per i soliti 20 minuti poco più, lui 15 per quasi un giorno intero...va beh, lasciamo perdere.

Arrivati alle auto (piano terra, unica cassa al secondo piano), cerco il permesso per tenerlo a portata di mano...e il permesso non lo trovo. Svuoto la mia borsa, mi "perquisisco" a fondo...niente!!! Rifacciamo la strada all'indietro, io per le scale dove siamo scesi, Paolo per l'ascensore col quale siamo saliti e...era lì. Via prima che il tagliando di uscita scada e ci tocchi pagare di nuovo la sosta.

Finalmente arriviamo alla porta del padiglione, spieghiamo l'accaduto al cliente che, storcendo un po' la bocca ci lascia concludere il nostro lavoro che, dovendo illuminare da capo, a fronte del quarto d'ora che avremmo impiegato la sera prima, con i visitatori che "disturbavano" e ai quali arrecavamo disturbo, abbiamo impiegato circa 2 ore.

Ma alla fine, bene o male, nonostante tutto il lavoro l'abbiamo portato a casa.

Questo è quello che conta. Ma certo Milano non mi porta bene...ogni volta che vado a lavorarci qualche problemino lo incontro sempre, come quella volta alla Scala che ha del comico...e magari prima o poi vi racconterò ;-)


La famosa e famigerata fiera di Rho-MI...dal mio telefonino :-)



...professione 2.0...

Ed eccoci qua dunque... 1 gennaio 1999, partita IVA e comincia la mia nuova vita. In realtà per il primo anno poco cambiò, perché per diversi motivi continuai ancora ad essere in forze allo studio:

-Essenzialmente fu perché mi venne chiesto di formare la mia “successione”, cioè fare in modo che Federico (l'assistente secondo fotografo) che ormai lavorava con noi da 3 o 4 anni diventasse autosufficiente, aiutato da Francesco, assunto come assistente e che Lorenzo (figlio del socio di maggioranza) prendesse le redini dello studio sul piano organizzativo/amministrativo, tutti ruoli che ricoprivo io fino a quel momento.

-E l'altro motivo fu perché decisi di attuare una linea non concorrenziale. In sostanza mi posi come collaboratore degli studi e come fotografo “porta a porta” per i clienti di arredamento. Penserete che c'è un'evidente contraddizione, ma non è così in realtà.

C'è una fetta di clientela che per diversi motivi non va in studio per fare i propri cataloghi, ma preferisce attrezzarsi in “casa” propria: vuoi per organizzazione (preparare i carichi, spedirli e mandare personale per i montaggi, per le piccole aziende è un costo economico e di energie elevato), vuoi anche per riservatezza (questo vale per aziende più grandi che presentano modelli innovativi su proprio progetto e non vogliono che la concorrenza possa vedere le loro novità prima ancora che escano sul mercato). Per farla breve, mi rivolgevo e mi rivolgo a quella clientela che non sarebbe comunque degli studi, quindi non in concorrenza. E in definitiva agli studi non fa gola quel tipo di clientela, anche qui per diversi motivi.

Lo studio stesso in genere non è “organizzato” e non ha interesse a lavorare in esterno e tento di spiegare perché: gli studi che lavorano nell'arredamento sono quasi totalmente attrezzati con luce continua, anche per ragioni di costi. Si lavora in molti set contemporaneamente, occorrono perciò decine se non centinaia di punti luce: un punto luce flash costa in media 8/10 volte tanto un punto luce continua, diciamo in media 300 contro 2500 € a pezzo. Lavorare in esterna con luce continua significa far attrezzare il cliente con linee anche fino a 20 kw e creare grandi spazi di buio totale. Lavorando a flash è invece sufficiente una minor schermatura, anche provvisoria, e una linea elettrica uguale o di poco superiore a quella casalinga.

Un'altro motivo è quello dei costi specifici del servizio: uno studio fotografico di arredamento è in realtà un'industria che ha anche decine di dipendenti, spazi enormi e investimenti sostanziosi in attrezzature. Per cui ha interesse a farlo lavorare. Esempio breve per capirci meglio: ogni mattina che lo studio apre la porta, costa milgiaia di e anche se fotografo e art buyer vanno in esterna, i falegnami allestitori vanno ugualmente in studio a lavorare, l'affitto va comunque pagato, le attrezzature e gli spazi che non lavorano hanno comunque un costo e tutto questo deve quindi essere caricato comunque sul servizio anche se fatto fuori dallo studio, per cui si ritrova spesso ad essere “fuori mercato”. Credo sia chiaro perchè quindi si preferisce che sia il cliente ad andare in studio piuttosto che il contrario

Per tornare a noi, al 1/1/99, insieme a Paolo (eccolo che ricompare, anche se in realtà non è mai sparito) ed Andrea, altro nostro collega, decidiamo di darci una forma di team, unendo forze, idee e attrezzature per i grossi lavori di arredamento ma mantenendo la propria autonomia e la propria clientela negli altri settori. Abbiamo acquistato tutti attrezzature della stessa marca, compatibili, integrabili e intercambiabili, così da riuscire a far fronte a lavori di qualsiasi dimensione, spendendo ognuno una cifra ragionevole. Organizzativamente, il fatto di essere in 3 tutti allo stesso livello di esperienza, ci da modo di non rinunciare ai propri lavori. Un catalogo di arredamento può richiedere anche mesi di impegno pressoché costante, per cui gestendolo normalmente in 2, uno è libero di curare i propri impegni o di sostituire per qualche giorno uno degli altri qualora avesse un impegno urgente durante la lavorazione del catalogo.

Questo, unito alla ventennale esperienza di ognuno nel settore, alla completezza dell'attrezzatura e all'offerta di consulenza che parte già da come creare lo spazio giusto per lavorare nella maniera più funzionale ed economica, fa si che la qualità che offriamo sia esattamente quella che si otterrebbe in studio, senza però dover pagare i costi di una struttura della quale non si usufruisce.

Questa cosa ha funzionato e funziona, speriamo che continui a funzionare. ;-)

E sperando anche di non avervi annoiato troppo con queste "spiegazioni tecniche”, per ora la chiudo qui e vi rimando a presto per raccontare invece qualche aneddoto divertente di questa fase della mia professione.

Infine, per darvi un'idea di che livello debba essere la quantità di attrezzature necessaria da portarsi “a spasso”, pubblico la foto della “brochure” che facemmo tempo fa per pubblicizzare la nostra iniziativa. Il bello è che è tutto smontabile e leggero, trasportabile in genere comodamente in una, max 2 auto.


In mezzo alla lunga fila di attrezzatura ci sono 3 omini...il primo sono io, il secondo Andrea, il terzo (seduto sui bauli) Paolo ;-)


lunedì 16 novembre 2009

...E ADESSO LA PUBBLICITA'...

Prima di riprendere la storia, volevo fare una breve digressione, una pausa.

Finora ho dato per scontato che voi immaginaste che il mio studio (quindi io), nonostante la forte specializzazione nell'arredamento, non fotografasse solo mobili e complementi/accessori del mondo del mobile, ma dare le cose per scontate non è mai cosa giusta.

In realtà, anche grazie al fatto che la nostra zona non vanta tantissimi studi, fotografavamo di tutto. Perché “ a scendere” eravamo più che organizzati per far fronte a qualsiasi esigenza, sia dal punto logistico/organizzativo, sia dal punto di vista qualitativo. Questo perché lavorare nell'arredamento, come dicevo, significa comporre in un unico scatto anche decine di still life e permette di conoscere tantissimi materiali e come trattarli. Legno, stoffe, metalli, superfici lucide, opache e trasparenti, verniciate o naturali, oggetti e cibi...di tutto. E a livello dimensionale neanche a parlarne...se hai un tir puoi trasportare sia oggetti enormi che microscopici, cosa che con un “fiorino” non puoi fare. Se sei organizzato per fotografare ambienti enormi, figurati oggetti che stanno in una mano.

Per cui negli anni mi è capitato di fotografare dai bottoni per abiti ad enormi ponteggi per autofficine, macchine per gommisti e scaffalature industriali, cappelli e dolci, gioielli e abbigliamento, biciclette e bottiglie di vino, complessi musicali e macchine per palestra...proprio di tutto, comprese (come citavo all'inizio) attrezzature ospedaliere, ma anche...ebbene si...loro li chiamavano “cofani”, mi capireste meglio se vi dicessi bare? Insomma, proprio di tutto.

Vi racconto brevemente un piccolo aneddoto proprio relativo ai “cofani”. Veniamo contattati da un grosso produttore toscano che ci chiede una prova che accordiamo. Arriva l'oggetto, facciamo la foto, la spediamo al cliente (l'email non si sapeva neanche cosa fosse), per cui qualche giorno trascorre così. Il cliente è soddisfatto del lavoro, ci preannuncia l'invio di una decina di pezzi e il ritiro contestuale di quella oggetto del test. Non avendo un magazzino esterni, si pone il problema di dove tenerla...scegliamo un angolo il più lontano possibile dall'ingresso e la mettiamo lì. Avete presente l'effetto di un punto nero su un foglio bianco...perfetto, proprio quello. Chiunque entrava cambiava espressione fissando lo sguardo proprio in quell'angolo lontanissimo dello studio e battute, scongiuri e filastrocche scaccia-jella erano d'obbligo :-))) Decidiamo quindi di coprirla con un telo nero...non l'avessimo mai fatto. L'effetto a quel punto non era più della vista del semplice oggetto, ma proprio quello di avere il morto in casa da nascondere :-)))) Togliemmo il telo, lasciammo passare i giorni, ma ci attrezzammo per fare in modo che ad ogni servizio la permanenza dei pezzi fosse ogni volta la più breve possibile (il cliente aveva consegne settimanali nella nostra zona).

E vi dirò comunque che, a livello di soggetto, non è per niente semplice da fotografare, visti i materiali, le forme e le finissime rifiniture che hanno e che giustamente devono essere messe in evidenza...anche se “l'utilizzatore finale” di certo non potrà mai apprezzarle!!!

Sdrammatizziamo :-))))