domenica 22 novembre 2009

...fase 2...più o meno funziona così...

Nel post precedente ho fatto un piccolo balzo in avanti, raccontando un aneddoto che in realtà è abbastanza recente, ma era già lì, bell'e pronto solo da copiare e incollare e per un attimo non ho saputo resistere alla mia proverbiale pigrizia.

Ma ora, con un bel balzo indietro, torniamo al 99...più o meno...si beh insomma, agli inizi della “fase 2”. In sostanza, giusto per fare un breve riepilogo, la proposta CFI (Consorzio Fotografi Indipendenti, cioè io Paolo e Andrea), consiste nel portare lo studio dove lo studio non c'è. In genere le aziende di arredamento hanno enormi spazi e molto facilmente riescono a destinarne una “piccola” porzione (dai 200mq in su) per fare le foto ai loro prodotti.

Il nostro lavoro parte proprio da qui, dall'individuazione dello spazio migliore da destinare e dalla consulenza su come organizzarlo ed allestirlo per fare in modo che si riesca a lavorare nel migliore dei modi. Alcune delle caratteristiche fondamentali sono: forma più regolare possibile, un quadrato o rettangolo senza colonne e “ostacoli” simili, alto minimo 4 metri, meglio se 5.

Questo perché le forme e le dimensioni degli stand sono molto variabili e ogni volta diverse, anche una semplice colonna portante potrebbe diventare un impedimento alla costruzione degli stand e al posizionamento delle luci.

Una cosa fondamentale in fotografia (non solo quella di arredamento) è che la macchina e le luci vanno messe dove vuoi, non dove puoi.

Una volta individuato lo spazio, diamo le indicazioni su come renderlo funzionale alle nostre esigenze...e qui cominciano i primi dolori. In genere diamo le indicazioni su come e con quali materiali fare l'oscuramento della zona e costruire le pareti necessarie a noi per illuminare o fare da fondo alle finestre, che in genere sono di dimensioni enormi, per cui consigliamo di fare dei semplici scheletri di massello di abete rivestiti di tela di cotone grezza che poi verrà verniciata...e qui già cominciano i problemi.

Benché il risparmio non sia la molla principale che muove il cliente a fare una scelta del genere, non si capisce bene per quale motivo invece di spendere pochi euro per acquistare i materiali da noi suggeriti, preferiscono usare i materiali che hanno in casa propria. In sostanza, in una azienda di mobili fanno tutto con enormi e pesantissimi pannelli di truciolare, se fossimo in aziende metalmeccaniche userebbero lastre d'acciaio da 1 cm di spessore. Lo stesso dicasi per la costruzione. Dai le indicazioni precise su metodi e dimensioni che chiunque (più o meno) seguendole alla lettera potrebbe realizzare uno stand. Invece preferiscono affidarsi alle aziende che gli allestiscono gli spazi nelle fiere, con il risultato che ti ritrovi uno stand che invece di essere modulare e facilmente modificabile è più solido di una casa in cemento armato e quel che è peggio, con pareti e soffitti che finiscono esattamente dove finisce il mobile, senza contare che per la prospettiva, gli ingombri necessari sono maggiori.

Per fare un esempio: una volta l'architetto chiese una parete da 2,5 x 2 mt per fare da schiena ad un letto che rimanesse libera al centro della stanza. Una parete così, fatta coi nostri criteri, una persona la solleva e la sposta da solo. Ce l'avevano costruita tamburata (telaio interno e rivestimento su entrambi i lati) con moraletti da 10x10 cm e fogli di truciolare da 11mm, col risultato che per spostarla dovevamo essere in 4 persone che la tenevano in equilibrio, mentre un quinto manovrava il muletto che serviva per sollevarla.

Il primo lavoro del “team” che all'epoca vantava la presenza di Maurizio e Renato (ecco che ricompare anche lui che all'epoca aveva chiuso il negozio e aperto uno studio in società con Maurizio) al posto di Andrea che li sostituì un paio di anni più tardi, in quanto il mobile non era la loro specializzazione, arrivò proprio a cavallo tra il 99 e il 2000 per un cliente di Reggio Emilia che per il rilancio della sua azienda doveva rifare l'intera immagine. Incaricò un'agenzia di Milano con la quale già collaboravo che mi affidò il lavoro.

Un paio di incontri preliminari per conoscere il cliente e discutere sullo stile dei cataloghi, uno per la presentazione dei progetti dell'architetto, uno con la squadra dei montatori che avrebbe avuto il compito di allestire scenografie e montare le cucine, guidata da un ex capofabbrica ormai in pensione ma molto esperto, che al primo incontro ci disse “ditemi cosa vi serve che so io come si fa”.

Questi sono i soggetti che temiamo di più, quelli che credono che allestire uno stand per le foto sia la stessa cosa che allestirli per una fiera o una sala mostre. Non è proprio così...non è per niente così. Molti pensano addirittura che dove entra un mobile sia anche possibile fargli la foto: diciamo che più o meno servono 2/3 metri intorno ad ogni lato aperto dello stand, 4/5 dal lato da dove si farà l'inquadratura principale.

Pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, siccome eravamo di passaggio per andare ad un meeting fotografico vicino Venezia, deviamo e facciamo un salto in azienda a controllare come procedevano gli allestimenti. Tutto come sospettavamo: pareti, pavimenti e soffitti terminavano esattamente 1 cm fuori dalla cucina, avevano addirittura tagliato tutte le mattonelle del pavimento a 45° per “rifinire” meglio.

Andiamo dal cliente per riaffermare, come facemmo presente all'incontro tecnico, che sarebbero così mancate enormi fette di immagine e andava assolutamente tutto ampliato di almeno 1 metro ai lati, almeno 2 per pavimento e soffitto. Risultato: il “capo” si offese sentendo messa in discussione la sua esperienza e competenza, posò distintivo e pistola (metro e cacciavite) sul tavolo e sparì per sempre dalla circolazione :-))))

Avevamo 3 set allestiti con 3 cucine montate, confermammo il nostro arrivo per il lunedì successivo, ma urgeva rimpiazzare la squadra montaggi. Arrivarono a tale scopo dei “baldi” giovani che noi soprannominammo “i Vaschi Rossi”, dal momento che (l'accento aiutava) sembravano sempre perennemente un po' fatti e un po' ubriachi, giravano a ritmo che in confronto un bradipo sembra Bolt (il velocista, non lo sgrassatore) e dovevamo sempre andarli a cercare nei 6,000mq di capannone che avevamo a disposizione per lavorare.

Pensate che lavorammo in quel posto dai primi di novembre fino a poco prima di Natale. Era un vecchio magazzino temporaneamente vuoto, senza riscaldamento; lavoravamo vestiti come palombari, coi guanti alle mani che quando toglievamo per caricare le lastre (non eravamo in epoca digitale) dovevamo togliere e il tempo di infilarle nella sacca-camera oscura erano già gelate ed insensibili. Una operazione così delicata ma che richiede pochi minuti si tramutava così in una impresa titanica. Ogni tanto sostavamo dalle parti dei fari per riscaldarci un po' ma tranne urgenze, alle 16 in genere smettevamo di lavorare perché solo camminare (e nell'arredamento si cammina tanto) diventava una sofferenza, col freddo che tagliava la faccia, unico sollievo possibile, la doccia bollente dell'albergo.

Per darvi un'idea del freddo, pensate che un giorno nella pausa pranzo, Renato per riscaldarsi prese una zuppa bollente, col risultato che, mangiando di fretta e uscendo dal ristorante con uno sbalzo termico improvviso di una trentina di gradi, si beccò un bel blocco intestinale e dovemmo riaccompagnarlo subito in albergo; la sera non venne neanche a cena :-)))

La cena in genere è il momento migliore, ci si può rilassare un po' non avendo il pensiero di tornare al lavoro...ma giusto un po', poi a letto per essere di nuovo in pista la mattina successiva alle 7. Quando si lavora fuori in genere è così, non hai mai tempo e voglia di farti un giro o anche solo andare a bere una cosa la sera...sei lì, lavori e pensi solo a lavorare.


Come corredo di immagini vi rimando ad uno “slide” che racconta un po' tutte le tappe tipiche di un viaggio di lavoro: viaggi, lavoro, pranzi cene colazioni etc.... Qui eravamo in Abruzzo nello show room del cliente, non in uno spazio creato appositamente per le foto, per cui c'è poca scenografia. Gli scatti servivano per un pre-catalogo.

Comunque...questi sono un paio di esempi del risultato



venerdì 20 novembre 2009

Giorni di ordinaria follia a Milano

Visto che ci siamo lasciati dicendovi che avrei raccontato aneddoti, mi sono ricordato di uno recente che avevo già pubblicato il 20/04/08 su Myspace, per cui...copio e incollo.
Benché possa sembrare assurdo, vi giuro che quello che leggerete è tutto vero...purtroppo.
E in questi casi penso sempre a quelli che "Che lavoro fai, il fotografo? Beato te...basta che fai clic..."

Sarò breve...o almeno cercherò di esserlo...

3 clienti mi chiedono di realizzare un servizio all'interno dei loro stands ad Eurocucina al Salone del Mobile di Milano. Come da prassi faccio richiedere i permessi per il da farsi, indicando come orario dalle 18 (chiusura fiera) alle 24 (e già mi aspettavo che non fosse accordato, visto che in precedenza alle 22,30 chiudevano baracca e burattini).

Nel frattempo coinvolgo altri 3 colleghi, conscio del poco tempo a disposizione, visto che per ogni cliente c'erano da fare 3 cucine in "forma catalogo". I clienti ricevono i fax di conferma dei permessi ma, come mi aspettavo, vengono concessi a tutti e 3 (badate bene) fino alle 23.

Saltiamo al 15, giorno precedente l'inaugurazione e, quindi, del servizio da realizzare.

Arrivo a Milano e nel pomeriggio mi reco in fiera per ritirare gli originali dei permessi e sbrigare tutta la burocrazia per l'ingresso delle nostre auto fino ai padiglioni, e già qui comincia il rimbalzo da un ufficio all'altro del Centro Servizi Cosmit prima di trovare quello che aveva gli originali dei permessi e mi sento chiedere:

- "Ma il permesso per la forza motrice ce l'ha?"

- e io..."Scusi, ma questo cos'è?"

  • "Il permesso per fare il servizio fotografico, ma alle 18,30 la fiera chiude portoni e stacca la corrente"...

  • "E secondo lei io le foto senza la corrente come le faccio?!!?"

  • "Vada al SATE dei padiglioni 22-24"

Dopo essermi già fatto a piedi mezza fiera (che è grande più o meno come Lampedusa), riparto e mi faccio l'altra metà per trovare il benedetto SATE e ne approfitto per passare all'interno dei padiglioni per incontrare l'architetto che mi spiega il lavoro che gli occorre.

Giunto quindi al Sate mi fanno i permessi per l'ingresso auto e, mentre sto uscendo, la gentile signora mi richiama e mi fa "Ma il permesso per la forza motrice ce l'ha?" potete immaginare la mia faccia e le mie braccia (e non solo) cadere e rotolare al suolo? Mostro alla gentil signora la risma di fogli che mi aveva precedentemente rilasciato il Centro Servizi Cosmit e lei mi assicura che con quelli sono a posto!!!

A quel punto, dopo quasi 4 ore, posso rilassarmi al bar lì di fianco e ordinare il sacrificio del capretto più bello e grasso (ovviamente figurativo, visto che tendo quasi al vegetariano) per festeggiare l'evento.

Tralasciamo l'ora e mezza di coda per fare i 15 km che separano la fiera dal mio punto di appoggio, tralasciamo anche l'ora e mezza che il giorno dopo ho fatto per andare in stazione centrale a prendere il mio collega Maurizio che arrivava in treno e l'ora per andare dalla stazione alla fiera e andiamo direttamente alla porta CARGO 1 alle 16 e, finalmente, l'addetto alla sicurezza-ingressi-permessi ci lascia passare dopo la semplice verifica della mia targa e ci augura "BUON LAVORO".

Breve ricognizione per illustrare a Maurizio il da farsi e alle 17 torniamo alla porta cargo per dare il permesso di ingresso ad Andrea e Paolo, appena arrivati col maxy-van col resto dei quintali di attrezzatura. Altra ricognizione, panino, caffè e siamo pronti per la battaglia.

Scarichiamo e cominciamo a lavorare appena gli ultimi visitatori ritardatari hanno lasciato i padiglioni.

In un silenzio quasi irreale rispetto a qualche ora prima, rimaniamo in compagnia di altri colleghi che come noi sono indaffarati nei loro spazi e delle guardie armate del servizio di vigilanza notturno. Tutto sembra procedere liscio e bene, lavoro nel mio set e giro per controllare che tutto proceda come dovuto negli altri 2.

Alle 22,30 il primo cliente è accontentato, il secondo in via di ultimazione e il terzo a ¾ del lavoro. Ho illuminato le ultime due cucine da scattare, controllando il lavoro con la mia Canon...tutto bene, aspetto che Andrea finisca e mi porti il dorso. Sollecito gli altri per telefono, visto che le 23 sono vicine, ma Paolo mi tranquillizza perché le guardie gli hanno detto che: "Potete tranquillamente andarvene quando avrete finito" Comunque c'è solo da mettere sul cavalletto il dorso, inquadrare e...BUIO TOTALE!!!!!!!!

Alle 23,10 scarse il padiglione 24 precipita nell'oscurità, solo lo schermo del mio pc manda una flebile luce che mi permette di muovermi all'interno dello stand ed uscire per capire cosa stia succedendo alla luce delle lampade di emergenza.

Avviso Andrea di accelerare, visto che la presunta ora del fatidico distacco della forza motrice sembra essere arrivata. Paolo sta parlando con gli addetti alla sicurezza che gli avevano detto che potevamo tranquillamente finire che chiamano l'elettricista di turno che dopo qualche minuto arriva.

Il Tizio, ciclomunito, (non aveva gli sci...) si mostra subito arrogante, cosa che io cerco di contrastare con tutta la calma che chiunque mi conosce sa essere mia dote principale. Ma dopo quasi 40 minuti di inutili suppliche, preghiere e appelli alla comprensione di chi sta lì a lavorare verso altri che vengono da 450km di distanza con montagne di attrezzature per, guarda un po', lavorare, perdo un briciolo della mia calma e con parole meno educate di queste, cerco di fargli capire che la sua testardaggine nel non concederci un quarto d'ora di elettricità (che avrei formalizzato la mattina successiva al SATE per l'addebito al cliente), per noi significava portare a casa un lavoro incompleto, che il cliente ovviamente non avrebbe pagato, ma non solo, col rischio che il cliente, scontento del servizio, lo perdessi definitivamente.

Non c'è stato nulla da fare...45 minuti di lite, evitabili con 15 di corrente. Se al ristorante a prezzo fisso è compreso un bicchiere d'acqua e ne chiedo un altro mica me lo negano!!! Me lo fanno pagare magari quanto tutto il pranzo ma me lo danno. Piuttosto che "morire di sete", pagherei volentieri più del valore reale (e già 100 € all'ora per 3kw di corrente non mi sembrano pochi!!!)

In sostanza rimaniamo soli con i 3 agenti della Security, costernati anche loro dal comportamento del Tizio e vagliamo le varie possibili soluzioni. La prima che ci viene spontanea è smontare e caricare tutto ciò che non serviva più e rimanere all'interno del padiglione e scattare non appena fosse tornata la luce la mattina successiva e togliere le tende subito dopo, ma le guardie ci hanno categoricamente escluso che fosse possibile.

L'altra, unica possibile, lasciare nel ripostiglio del cliente solo l'occorrente per finire il giorno dopo il lavoro. E questo abbiamo fatto, ma c'era la possibilità per uno solamente di restare visto che non eravamo riusciti a trovare un albergo libero fino a Piacenza.

La scelta è stata quasi obbligata, visto che per stare a discutere col Tizio avevamo oltrepassato la mezzanotte e quindi l'auto di Paolo era prigioniera del parcheggio esterno della fiera.

Alle 3, dopo aver liberato lo stand e caricato il Van di Andrea, partiamo diretti Andrea e Maurizio a casa, io e Paolo a Corbetta dove ci saremmo "accampati" in attesa delle 7, ora in cui siamo ripartiti alla volta della fiera, con l'incognita di quello che ci avrebbe aspettato.

L'unica certezza, l'ennesima coda senzasoluzionedicontinuità che ci ha consentito di essere al parcheggio dell'ingresso Ovest alle 8,52. Prime informazioni e ci dicono che dobbiamo andare direttamente al SATE, porta EST (dall'altro capo dell'isola) senza ripassare dal C.S.C.

Vado alla cassa del parcheggio col biglietto alle 9,12... 10,00€ PREGO PAGARE scrive il display. Giro lo sguardo verso l'addetto ATAC presente sotto la pensilina che mi dice "I soldi vanno inseriti nella fessura di fianco" scandendo come fossi un Esquimese che non poteva capire la lingua "Lo so -dico io- ma 10 euro per 20 minuti di sosta non le sembrano un po' troppi???!!!???" E lui "Non è previsto che uno si fermi 20 minuti in fiera -replica lui-, da 0 a 4 ore costa 10 euri"

"E non è previsto neanche che uno possa sbagliarsi parcheggio? Nell'operosa Milano tutto fila così liscio? Il tempo costa così caro? E allora io a chi mando il conto per le 7 ore e mezza che ho passato in coda per la strada?" Ovviamente è una lotta tra poveri per il tozzo di pane...non è a lui che dico queste cose, ma a chi ci vuol far credere che questo sistema di vita non solo è l'unico possibile, ma è anche giusto e bello.

Con queste considerazioni mi dirigo verso la zona EST con la consapevolezza che avrei dovuto pagare altri 10,00€ per altri 20 minuti di sosta.

Tentiamo di capire come arrivare al SATE chiedendo informazioni alle varie reception, fino ad arrivare all'ultimo varco dove un controllore ci blocca dicendo che non possiamo accedere a quella zona senza biglietto............??????????cioè????????? dovrei pagare il biglietto per andare all'ufficio dove si richiedono i permessi per accedere liberamente in fiera? Devo pagare il biglietto per andare a chiedere di non pagare il biglietto? Ma siamo sicuri che io da 3 giorni non sono su candid camera????? Alla fine, esibendo per l'ennesima volta i permessi del giorno precedente, spiegando per l'ennesima volta l'accaduto, l'addetto si impietosisce e ci fa passare.

15 minuti dopo siamo già di nuovo diretti verso l'auto che avevo parcheggiato vicino a quella di Paolo ferma lì dal giorno precedente. Andiamo alla cassa, io pago i miei 10 per i soliti 20 minuti poco più, lui 15 per quasi un giorno intero...va beh, lasciamo perdere.

Arrivati alle auto (piano terra, unica cassa al secondo piano), cerco il permesso per tenerlo a portata di mano...e il permesso non lo trovo. Svuoto la mia borsa, mi "perquisisco" a fondo...niente!!! Rifacciamo la strada all'indietro, io per le scale dove siamo scesi, Paolo per l'ascensore col quale siamo saliti e...era lì. Via prima che il tagliando di uscita scada e ci tocchi pagare di nuovo la sosta.

Finalmente arriviamo alla porta del padiglione, spieghiamo l'accaduto al cliente che, storcendo un po' la bocca ci lascia concludere il nostro lavoro che, dovendo illuminare da capo, a fronte del quarto d'ora che avremmo impiegato la sera prima, con i visitatori che "disturbavano" e ai quali arrecavamo disturbo, abbiamo impiegato circa 2 ore.

Ma alla fine, bene o male, nonostante tutto il lavoro l'abbiamo portato a casa.

Questo è quello che conta. Ma certo Milano non mi porta bene...ogni volta che vado a lavorarci qualche problemino lo incontro sempre, come quella volta alla Scala che ha del comico...e magari prima o poi vi racconterò ;-)


La famosa e famigerata fiera di Rho-MI...dal mio telefonino :-)



...professione 2.0...

Ed eccoci qua dunque... 1 gennaio 1999, partita IVA e comincia la mia nuova vita. In realtà per il primo anno poco cambiò, perché per diversi motivi continuai ancora ad essere in forze allo studio:

-Essenzialmente fu perché mi venne chiesto di formare la mia “successione”, cioè fare in modo che Federico (l'assistente secondo fotografo) che ormai lavorava con noi da 3 o 4 anni diventasse autosufficiente, aiutato da Francesco, assunto come assistente e che Lorenzo (figlio del socio di maggioranza) prendesse le redini dello studio sul piano organizzativo/amministrativo, tutti ruoli che ricoprivo io fino a quel momento.

-E l'altro motivo fu perché decisi di attuare una linea non concorrenziale. In sostanza mi posi come collaboratore degli studi e come fotografo “porta a porta” per i clienti di arredamento. Penserete che c'è un'evidente contraddizione, ma non è così in realtà.

C'è una fetta di clientela che per diversi motivi non va in studio per fare i propri cataloghi, ma preferisce attrezzarsi in “casa” propria: vuoi per organizzazione (preparare i carichi, spedirli e mandare personale per i montaggi, per le piccole aziende è un costo economico e di energie elevato), vuoi anche per riservatezza (questo vale per aziende più grandi che presentano modelli innovativi su proprio progetto e non vogliono che la concorrenza possa vedere le loro novità prima ancora che escano sul mercato). Per farla breve, mi rivolgevo e mi rivolgo a quella clientela che non sarebbe comunque degli studi, quindi non in concorrenza. E in definitiva agli studi non fa gola quel tipo di clientela, anche qui per diversi motivi.

Lo studio stesso in genere non è “organizzato” e non ha interesse a lavorare in esterno e tento di spiegare perché: gli studi che lavorano nell'arredamento sono quasi totalmente attrezzati con luce continua, anche per ragioni di costi. Si lavora in molti set contemporaneamente, occorrono perciò decine se non centinaia di punti luce: un punto luce flash costa in media 8/10 volte tanto un punto luce continua, diciamo in media 300 contro 2500 € a pezzo. Lavorare in esterna con luce continua significa far attrezzare il cliente con linee anche fino a 20 kw e creare grandi spazi di buio totale. Lavorando a flash è invece sufficiente una minor schermatura, anche provvisoria, e una linea elettrica uguale o di poco superiore a quella casalinga.

Un'altro motivo è quello dei costi specifici del servizio: uno studio fotografico di arredamento è in realtà un'industria che ha anche decine di dipendenti, spazi enormi e investimenti sostanziosi in attrezzature. Per cui ha interesse a farlo lavorare. Esempio breve per capirci meglio: ogni mattina che lo studio apre la porta, costa milgiaia di e anche se fotografo e art buyer vanno in esterna, i falegnami allestitori vanno ugualmente in studio a lavorare, l'affitto va comunque pagato, le attrezzature e gli spazi che non lavorano hanno comunque un costo e tutto questo deve quindi essere caricato comunque sul servizio anche se fatto fuori dallo studio, per cui si ritrova spesso ad essere “fuori mercato”. Credo sia chiaro perchè quindi si preferisce che sia il cliente ad andare in studio piuttosto che il contrario

Per tornare a noi, al 1/1/99, insieme a Paolo (eccolo che ricompare, anche se in realtà non è mai sparito) ed Andrea, altro nostro collega, decidiamo di darci una forma di team, unendo forze, idee e attrezzature per i grossi lavori di arredamento ma mantenendo la propria autonomia e la propria clientela negli altri settori. Abbiamo acquistato tutti attrezzature della stessa marca, compatibili, integrabili e intercambiabili, così da riuscire a far fronte a lavori di qualsiasi dimensione, spendendo ognuno una cifra ragionevole. Organizzativamente, il fatto di essere in 3 tutti allo stesso livello di esperienza, ci da modo di non rinunciare ai propri lavori. Un catalogo di arredamento può richiedere anche mesi di impegno pressoché costante, per cui gestendolo normalmente in 2, uno è libero di curare i propri impegni o di sostituire per qualche giorno uno degli altri qualora avesse un impegno urgente durante la lavorazione del catalogo.

Questo, unito alla ventennale esperienza di ognuno nel settore, alla completezza dell'attrezzatura e all'offerta di consulenza che parte già da come creare lo spazio giusto per lavorare nella maniera più funzionale ed economica, fa si che la qualità che offriamo sia esattamente quella che si otterrebbe in studio, senza però dover pagare i costi di una struttura della quale non si usufruisce.

Questa cosa ha funzionato e funziona, speriamo che continui a funzionare. ;-)

E sperando anche di non avervi annoiato troppo con queste "spiegazioni tecniche”, per ora la chiudo qui e vi rimando a presto per raccontare invece qualche aneddoto divertente di questa fase della mia professione.

Infine, per darvi un'idea di che livello debba essere la quantità di attrezzature necessaria da portarsi “a spasso”, pubblico la foto della “brochure” che facemmo tempo fa per pubblicizzare la nostra iniziativa. Il bello è che è tutto smontabile e leggero, trasportabile in genere comodamente in una, max 2 auto.


In mezzo alla lunga fila di attrezzatura ci sono 3 omini...il primo sono io, il secondo Andrea, il terzo (seduto sui bauli) Paolo ;-)


lunedì 16 novembre 2009

...E ADESSO LA PUBBLICITA'...

Prima di riprendere la storia, volevo fare una breve digressione, una pausa.

Finora ho dato per scontato che voi immaginaste che il mio studio (quindi io), nonostante la forte specializzazione nell'arredamento, non fotografasse solo mobili e complementi/accessori del mondo del mobile, ma dare le cose per scontate non è mai cosa giusta.

In realtà, anche grazie al fatto che la nostra zona non vanta tantissimi studi, fotografavamo di tutto. Perché “ a scendere” eravamo più che organizzati per far fronte a qualsiasi esigenza, sia dal punto logistico/organizzativo, sia dal punto di vista qualitativo. Questo perché lavorare nell'arredamento, come dicevo, significa comporre in un unico scatto anche decine di still life e permette di conoscere tantissimi materiali e come trattarli. Legno, stoffe, metalli, superfici lucide, opache e trasparenti, verniciate o naturali, oggetti e cibi...di tutto. E a livello dimensionale neanche a parlarne...se hai un tir puoi trasportare sia oggetti enormi che microscopici, cosa che con un “fiorino” non puoi fare. Se sei organizzato per fotografare ambienti enormi, figurati oggetti che stanno in una mano.

Per cui negli anni mi è capitato di fotografare dai bottoni per abiti ad enormi ponteggi per autofficine, macchine per gommisti e scaffalature industriali, cappelli e dolci, gioielli e abbigliamento, biciclette e bottiglie di vino, complessi musicali e macchine per palestra...proprio di tutto, comprese (come citavo all'inizio) attrezzature ospedaliere, ma anche...ebbene si...loro li chiamavano “cofani”, mi capireste meglio se vi dicessi bare? Insomma, proprio di tutto.

Vi racconto brevemente un piccolo aneddoto proprio relativo ai “cofani”. Veniamo contattati da un grosso produttore toscano che ci chiede una prova che accordiamo. Arriva l'oggetto, facciamo la foto, la spediamo al cliente (l'email non si sapeva neanche cosa fosse), per cui qualche giorno trascorre così. Il cliente è soddisfatto del lavoro, ci preannuncia l'invio di una decina di pezzi e il ritiro contestuale di quella oggetto del test. Non avendo un magazzino esterni, si pone il problema di dove tenerla...scegliamo un angolo il più lontano possibile dall'ingresso e la mettiamo lì. Avete presente l'effetto di un punto nero su un foglio bianco...perfetto, proprio quello. Chiunque entrava cambiava espressione fissando lo sguardo proprio in quell'angolo lontanissimo dello studio e battute, scongiuri e filastrocche scaccia-jella erano d'obbligo :-))) Decidiamo quindi di coprirla con un telo nero...non l'avessimo mai fatto. L'effetto a quel punto non era più della vista del semplice oggetto, ma proprio quello di avere il morto in casa da nascondere :-)))) Togliemmo il telo, lasciammo passare i giorni, ma ci attrezzammo per fare in modo che ad ogni servizio la permanenza dei pezzi fosse ogni volta la più breve possibile (il cliente aveva consegne settimanali nella nostra zona).

E vi dirò comunque che, a livello di soggetto, non è per niente semplice da fotografare, visti i materiali, le forme e le finissime rifiniture che hanno e che giustamente devono essere messe in evidenza...anche se “l'utilizzatore finale” di certo non potrà mai apprezzarle!!!

Sdrammatizziamo :-))))















venerdì 13 novembre 2009

Come e quando sono diventato "PRO"...

Era l'88 e lavoravo ancora nella ditta di liquori come capotecnico (facile, ero l'unico tecnico)

Avevo contagiato con la mia “malattia” altri 5 dipendenti e con 2 di loro, d'estate ci svegliavamo alle 4 per andare in un vicino laghetto (diventato oggi oasi WWF) per fotografare gli uccelli, malattia trasferitaci da Renato.E' grazie alla fotografia che quindi ho scoperto che non esistevano solo passeri, canarini e rondini.No. esistono anche il Tarabuso, l'Airone, il Fenicottero e persino il Piro Piro boschereccio!!!C'ho le prove, li ho fotografati.Un'oretta e mezza di appostamento con un 500 russo duplicato, pellicola da 800 ASA (prima che diventassero ISO) , una impugnatura fotofucile autocostruita e poi tornavamo a lavorare.

In quell'anno in ditta ci fu una rivoluzione e uno di quelli che fino all'epoca era stato il cocchetto del capo venne silurato.Un po' per l'amicizia che ci legava, un po' per una piccola vendetta verso l'ex capo (togliendogli il tecnico), mi comunicò che nel suo giro di ricerca lavoro tramite conoscenza, era venuto a sapere che uno studio fotografico (di cui ignoravo l'esistenza) cercava un collaboratore.

Credo di esserci andato a parlare il pomeriggio stesso, figuriamoci.

Per la prima volta entro in uno studio fotografico vero. Ci è voluto un po' per capire che fosse tale, se non per il buio quasi totale. Solo in fondo ai 20 mt di capannone c'era un bagliore, con un tale che in cima ad una scala, se ne stava sotto un panno nero, proprio come nelle comiche quando facevano le foto.

Di fronte a lui, 2 enormi pannelli (3,5x2,8 mt, scoprirò successivamente) sui quali erano puntati dei fari. Mi avvicino facendo gimkana tra la miriade di cose sparse nel cammino, tra fari, pannelli, contrappesi e mi affaccio (come quando dalla collina arrivi al mare e vedi l'immenso) ad un fondale grigio (limbo, chiamatelo come volete) di 10x8mt con una schiena alta quasi 5, sul quale Paolo, questo il nome del fotografo, stava fotografando (mi sembra) una barella (si, proprio quella), uno dei circa 100/120 pezzi di attrezzatura ospedaliera che componeva il catalogo commissionato dal cliente.

Non ricordo cosa ci fossimo detti con Franco (il suo socio, grafico/amministratore), ma io avevo già deciso ancor prima di andare. Avrei accettato quel posto, qualunque fosse stato, pur di stare in un posto dove si facesse fotografia...a qualunque condizione economica. E la condizione non fu leggera: nella mia ditta prendevo all'epoca un bello stipendio di 1.250.000£ al mese per 14 mensilità, andai a prenderne 800.000...non si sa per quanto!

A 25 anni, per realizzare un tuo sogno non sarebbe male, se a 25 anni non avessi già una figlia di 4, una moglie disoccupata, e se non ti apprestassi a fare un lavoro che amici e parenti non sapevano neanche che esistesse: “Fotografano mobili? Ma è un lavoro? E li pagano? E poi?” E poi? ...e poi...boh!!! Bene..evitato con non poca fatica prima il linciaggio, poi il ricovero alla neurodeliri, alla fine del tempo di legge dovuto alla vecchia ditta (anche lì non vi dico che lotta), inizia la mia carriera di fotografo e finalmente il sogno della mia vita sta per avverarsi.

Prima fase, conoscenza degli attrezzi del mestiere: martello, cacciaviti, avvitatore elettrico, sega, rullo e pennelli per verniciare; e naturalmente scope e stracci in quantità :-))) Ebbene si, a loro serviva un allestitore e, visto che lo studio era attivo da un anno ma in crescita, al bisogno avrei potuto cominciare a mettere mano a banco ottico e luci.

Per mia fortuna questo si verificò in breve tempo e dopo 4/5 mesi affiancai Paolo nella fotografia praticamente a tempo pieno, visto che nel frattempo era stato assunto un allestitore “vero” per la standistica. Ma, dopo 7/8 mesi di fotografia, ci fu un periodo di stallo e lo studio, così giovane, non poteva permettersi di tenere 2 dipendenti, quindi il falegname fu liquidato e mi si prospettava quindi una retrocessione che a quel punto non accettavo. La vedevo come uno stop alla mia crescita che, grazie alla mia passione, era stata rapida ed efficace in quel periodo.

Venne in mio soccorso la seconda coincidenza fortunata di quel periodo: uno studio vicino (non sapevo che ne esistesse uno, invece ce n'erano ben due) e acerrimo concorrente (i 2 proprietari erano ex soci) apriva una “filiale” in un'altra provincia e lo studio storico rimaneva senza fotografo che per ragioni pratiche passava al nuovo. Mi chiamarono e mi fecero una proposta vantaggiosa sia sul piano economico che, più importante, di crescita professionale. Accettai con la stessa rapidità (e più incoscienza) della prima volta. Più incoscienza perché in realtà non ero pronto per tirare avanti da solo una sala posa di quelle dimensioni e di quella importanza...ma dovevo e volevo andare avanti, mi presi le mie responsabilità e accettai. Gli accordi erano di investimenti della proprietà per una ulteriore crescita nel tempo della sala posa, che si stava trasferendo in un nuovo capannone.

Rimasi lì un anno e credo che quello fu l'anno fondamentale per la mia crescita, perché non avevo più Paolo alle spalle che di fronte alle difficoltà (e nell'arredamento ce ne sono ogni 12 minuti) poteva darmi un consiglio per superarla. No, dovevo cavarmela da solo.

In quell'anno ho lavorato tantissimo, ogni giorno fino allo sfinimento per ottenere un risultato all'altezza di quello che si aspettavano da me ad ogni foto. Stavo in studio anche 14 ore per lavorare, studiare, capire, sperimentare ed ho affinato in quel periodo (nonostante le mancate promesse di investimento in attrezzatura) un mio stile che ha avuto successo (i lavori girano, le voci pure), tanto che dopo un anno appunto, vengo richiamato dal mio “vecchio” studio.

Mi fanno “un'offerta che non si può rifiutare”: stipendio praticamente doppio, 10% di quota societaria praticamente regalato e ruolo di primo fotografo nel giro di un anno, dal momento che Paolo ha deciso di staccarsi dallo studio e lavorare come free lance.

Era il '90...manca ancora tanto al 2005...direi che per ora possiamo fermarci qui. Ah, c'è bisogno che vi dica che naturalmente ho accettato? No, vero?

Ci vediamo tra un po'...da soci...e comincia il bello.

Siccome non ho foto di uccelli (tutte nei “plasticoni”) né del periodo da attrezzista, metto delle foto di un set intero (anche se molto semplice e recente) e, per chi non le avesse mai viste, metto una foto dove si vedono quelli che erano i “file” dell'epoca...diapositive 6x7, 6x9, 10x12 e 13x18 cm.

Poi, mi voglio rovinare, 3 Polaroid (10x12 cm) che mi ritraggono nelle prove luci per i rari servizi di “animato” che ci capitava di fare.

Ebbene si, sono nato coi capelli pure io






mercoledì 11 novembre 2009

Un luuuuuuuuuuungo passo indietro...

...di una ventina d'anni. Stavo giusto pensando, ascoltando anche il parere dei primi di voi che hanno letto (e che ringrazio), che ho fatto un bel salto per essere una storia chiara, partendo effettivamente dal 2005.Insomma, ho fatto un po' come quei film che cominciano con il protagonista che muore, poi raccontano tutta la storia per spiegare come è successo, e alla fine ci fanno vedere un po' la conseguenza del fatto.

Bene, quindi visto che sono “morto” (tocco tutto il toccabile), ora vi racconto come e perché...e cercherò di farlo brevemente.Perdonatemi se non ci riuscirò.Parlerò di cose che in fotografia è come parlare di ere geologiche, vista la velocità dell'evoluzione di questi ultimi anni.Ma solo di cose hardware, perché la tecnica e la filosofia della fotografia non sono cambiate perché, come sostengo da sempre, la fotografia è quello che succede davanti e dietro la macchina, cioè nella scena e nella testa. La macchina registra solamente (più o meno bene, con più o meno pixel, con la pellicola a colore o BN) quello che voi avete pensato o visto e avete voluto catturare.

Dopo questa premessa che già basterebbe per un post, diciamo che il mio primo approccio con la fotografia (che nessuno conosce) ha qualcosa di comico/grottesco.

Credo che avessi 13/14 anni: comprai in cartoleria l'equivalente di allora di una usa e getta , sparai tutto il rullino da 12 e corsi in bagno.Aprii l'acqua nel lavabo, estrassi la pellicola dal caricatore e la misi velocemente nell'acqua aspettando che qualcosa si formasse, come avevo visto un sacco di volte accadere nei film. Senza che sto a dirvi il risultato, vi dico che avevo deciso che la fotografia non faceva per me :-)

Fino a quando quando un mio amico con la reflex (una Petri attacco a vite 42x1, molti non sapranno nemmeno della sua esistenza) cominciò a farmi capire che portando il rullino in negozio, qualcosa poteva anche uscire fuori.

Tralascio qualche passaggio intermedio e vi dico subito che quella rivelazione fu la causa del perché oggi sono qui e della peggior malattia che abbia contratto in vita mia.

Avete presente un bimbominchia che pur sapendo che le riviste uscivano in edicola intorno al 20 del mese, cominciava a chiederle all'edicolante intorno all'8/10? Eccolo, ce l'avete “di fronte”. Divoravo di tutto, ad agosto stavo male perché non uscivano e allora mi compravo dei libri, con enormi sacrifici, perchè allora forse più di oggi, la fotografia era un hobby molto costoso.

Ma proprio a libri e riviste devo la mia formazione di base, e ad un pover'uomo, Renato Borocci, che ha avuto la malaugurata idea di aprire un negozio di fotografia vicino casa mia. All'epoca lavoravo in una ditta che faceva un solo turno, 6/14: per cui, la mattina lavoravo, dalle 3 alle 6 andavo in giro a far foto, dalle 6 alle 8 a tormentare di miliardi di domande Renato, che è stato il primo vero mio maestro.Ed è anche grazie ai suoi consigli ed insegnamenti che in alcune di quelle riviste che attendevo con ansia in edicola, ci finissi anche io.

Nell '84 (raga...oh...25 anni fa!!!miiiiiiiiiiiiiiiiiii, se sono vecchio!!!) "Fotografare" decide di pubblicare delle cose che avevo inviato. Un articolo di 6 pagine con alcune foto che a rivederle mi vengono i brividi...non tanto per l'emozione, ma per la pessima qualità...che tenerezza :-))) Di questo ringrazio ancora Marco Bastianelli, allora redattore della rivista, troppo prematuramente scomparso e che approfitto per ricordare.


Nel '90 invece, con una foto poco migliore delle precedenti, vinco il premio Kodak Ektar (pellicola negativa che voleva arrivare alla qualità delle diapositive) e vengo pubblicato sulla rivista Reflex.


Diciamo che questo chiude la mia prima fase fotografica, quella pre/professionale che mi aveva fatto acquisire già importanti basi tecniche sia in ripresa che in camera oscura.Ma sempre e solo rigorosamente colore, quasi esclusivamente diapositive che sviluppavo e stampavo da me in Cibachrome (che vedete nelle foto)...ma non nel lavabo del bagno, ormai avevo capito che non era proprio il metodo giusto per ottenere risultati. So' de coccio, ma prima o poi ci arrivo :-)

Questi anni li ho spesi alla ricerca di uno “stile”...ma di "stile" parlerò non appena avrò ritrovato delle cose importanti per parlarne. ;-)

Quello che posso dire intanto è che, come si può vedere dal poco che riesco a pubblicare, non c'era traccia di presenza umana nei miei scatti, se non come presenze: di spalle, ombre, dettagli e frammenti...mai un volto, mai un ritratto “classico”, mai una presenza fisica riconoscibile e protagonista dei miei scatti.Molto colore, contrasti esagerati, luci “crude”, sia nei paesaggi che nei dettagli che amavo (e amo) tanto.



Queste sono alcune delle pochissime dia che ho scansionato (in maniera pessima) La qualità è quella che è, ma giusto per capire cosa facevo 25 anni fa ;-)))



Il primo "esterno"

E qui siamo ad un altro passaggio. E' il settembre del 2006
Dopo un peregrinare attraverso le prime reflex digitali che upgradavano (mamma che brutto termine) ogni 6 mesi, per la prima volta cambio spontaneamente e passo alla prima "full frame".
Per la prima volta spontaneamente, visto che 2 precedenti "upgrade" sono stati forzati, dal momento che di reflex me ne hanno rubate ben 2 :-(
Ho ritirato la mia FF 2 giorni prima di questo shooting e l'ho messa subito alla prova: ho immediatamente capito che mi avrebbe fatto compagnia per molto tempo.
Infatti ancora ce l'ho, grazie anche al fatto che non me l'hanno ancora rubata :-)))
E' stato anche il primo lavoro in una location esterna (nel glamour).
Ho avuto la fortuna che un mio cliente, per il quale avevo fotografato "vuota" questa enorme e suggestiva villa storica, mi disse che avrei potuto utilizzarla come e quando avessi voluto...figurarsi se mi sono fatto sfuggire un'occasione del genere.
In questo lavoro ho utilizzato un po' tutte le tecniche, dalla sola luce ambiente, all'ausilio di pannelli, fino all'appoggio di flash a slitta comandati in wireless per riuscire a mantenere le atmosfere bellissime del posto







martedì 10 novembre 2009

Il punto di svolta...

...arrivò intorno al luglio 2006. Avevo in testa un'idea, quella di ricreare 2 situazioni abbastanza comuni, ma che si vedesse chiaramente essere finte:
una spiaggia e un giardino, dove con una forte dose di ironia, la modella dovesse giocare.
Cominciai la ricerca delle componenti essenziali per il set e girai per "brico" grandi e piccoli della zona per trovare tutto ciò che avevo in mente:
un telo di plastica blu che fungesse da cielo, dove avrei appeso un sole di polistirolo dipinto d'oro e delle nuvole create appallottolando del tessuto da giardinaggio (quello per non far gelare le fragole) appendendole con del filo da pesca. Questo perché le nuvole fossero tridimensionali.
Per le due differenti situazioni comprai 3 metri cubi di patatine di polistirolo per la spiaggia, 160 lt di torba da giardino e qualche KG di erba per conigli domestici, più altri accessori vari tipo sdraio e giochi da mare per la spiaggia, annaffiatoio, fiori e farfalle finte per il giardino.
Mancava ora un'ultimo "elemento", non trascurabile ma di fondamentale importanza, visto che doveva essere la vita vera delle scene:
la protagonista, la modella!
Cominciai a girare per i portali di modelle "free" che all'epoca stavano nascendo come funghi, alla ricerca della faccia giusta.
E mi ricordo che non ebbi dubbi quando mi imbattei in quella faccia che era un misto tra una bambolina e un'eroina dei fumetti.
Ebbi ancor meno dubbi quando scoprii che era di Jesi...praticamente dietro casa :-)))
La contattai e dopo un po' di fatica a convincerla, dato che non aveva mai posato e neanche ricordava di aver inserito una scheda in quel portale un po' di tempo prima, ci vedemmo per fare il lavoro.
Ci volle poco a capire che mai scelta fu più giusta, sebbene il primo impatto fu abbastanza faticoso...non riuscivamo a farla smettere di ridere ma il suo sorriso era così naturale, bello e contagioso che non ebbi dubbi sul fatto che scattare nelle sue naturali espressioni sarebbe stata la "carta vincente" del lavoro.
E oggi, a distanza di anni ne sono ancora convinto, tanto che questo rimane uno dei lavori al quale sono più legato.







Tutto cominciò quella volta che...


...quella volta che, stanco di mobili, mobili, e ancora mobili accettai di fare qualche foto a 2 amiche. Già da qualche anno ero uscito dallo studio e mi muovevo come free lance senza uno spazio proprio, attrezzai a studio "volante" il teatrino dove facevamo le prove col gruppo teatrale del quale faccio parte. Il digitale era agli albori, per cui lavorai come si usava al tempo: Mamiya RZ67 e Canon 135mm.
Al momento fu, per l'appunto, solo un gioco, un pomeriggio passato a divertirsi e niente più, ma il "tarlo" si era insediato



Ma dovettero passare un paio d'anni perché la cosa si ripetesse, e non fu comunque per mia iniziativa, ma accettai una proposta di TFP (termine mai sentito prima) e il teatrino tornò a fungere da studio provvisorio














E il tarlo che aveva lavorato in incognito per tanto tempo, ormai si era ingigantito e provocò una reazione quasi scontata. Cominciai a cercare uno studio, non tanto da usare per il lavoro professionale che continuava a procedere tranquillamente per la propria strada, ma per avere l'opportunità di continuare a studiare e confrontarmi con queste nuove esperienze che stavano stimolando la mia fantasia, ma che in posti di fortuna non potevano trovare il loro completo sfogo.
Detto fatto, nel dicembre del 2005 trovo un locale e comincio ad allestirlo in maniera razionale e funzionale, visto che non è molto grande, e visto che comunque la mia vera passione è quella di creare sempre per ogni lavoro una scenografia dentro la quale le modelle debbano recitare una parte ed impersonare un personaggio. Passano almeno 6 mesi prima che ritenga lo spazio decentemente pronto per lavorare e da lì, oserei dire, c'è stato il punto di svolta, che merita però un post a parte