Ma ora, con un bel balzo indietro, torniamo al 99...più o meno...si beh insomma, agli inizi della “fase 2”. In sostanza, giusto per fare un breve riepilogo, la proposta CFI (Consorzio Fotografi Indipendenti, cioè io Paolo e Andrea), consiste nel portare lo studio dove lo studio non c'è. In genere le aziende di arredamento hanno enormi spazi e molto facilmente riescono a destinarne una “piccola” porzione (dai 200mq in su) per fare le foto ai loro prodotti.
Il nostro lavoro parte proprio da qui, dall'individuazione dello spazio migliore da destinare e dalla consulenza su come organizzarlo ed allestirlo per fare in modo che si riesca a lavorare nel migliore dei modi. Alcune delle caratteristiche fondamentali sono: forma più regolare possibile, un quadrato o rettangolo senza colonne e “ostacoli” simili, alto minimo 4 metri, meglio se 5.
Questo perché le forme e le dimensioni degli stand sono molto variabili e ogni volta diverse, anche una semplice colonna portante potrebbe diventare un impedimento alla costruzione degli stand e al posizionamento delle luci.
Una cosa fondamentale in fotografia (non solo quella di arredamento) è che la macchina e le luci vanno messe dove vuoi, non dove puoi.
Una volta individuato lo spazio, diamo le indicazioni su come renderlo funzionale alle nostre esigenze...e qui cominciano i primi dolori. In genere diamo le indicazioni su come e con quali materiali fare l'oscuramento della zona e costruire le pareti necessarie a noi per illuminare o fare da fondo alle finestre, che in genere sono di dimensioni enormi, per cui consigliamo di fare dei semplici scheletri di massello di abete rivestiti di tela di cotone grezza che poi verrà verniciata...e qui già cominciano i problemi.
Benché il risparmio non sia la molla principale che muove il cliente a fare una scelta del genere, non si capisce bene per quale motivo invece di spendere pochi euro per acquistare i materiali da noi suggeriti, preferiscono usare i materiali che hanno in casa propria. In sostanza, in una azienda di mobili fanno tutto con enormi e pesantissimi pannelli di truciolare, se fossimo in aziende metalmeccaniche userebbero lastre d'acciaio da 1 cm di spessore. Lo stesso dicasi per la costruzione. Dai le indicazioni precise su metodi e dimensioni che chiunque (più o meno) seguendole alla lettera potrebbe realizzare uno stand. Invece preferiscono affidarsi alle aziende che gli allestiscono gli spazi nelle fiere, con il risultato che ti ritrovi uno stand che invece di essere modulare e facilmente modificabile è più solido di una casa in cemento armato e quel che è peggio, con pareti e soffitti che finiscono esattamente dove finisce il mobile, senza contare che per la prospettiva, gli ingombri necessari sono maggiori.
Per fare un esempio: una volta l'architetto chiese una parete da 2,5 x 2 mt per fare da schiena ad un letto che rimanesse libera al centro della stanza. Una parete così, fatta coi nostri criteri, una persona la solleva e la sposta da solo. Ce l'avevano costruita tamburata (telaio interno e rivestimento su entrambi i lati) con moraletti da 10x10 cm e fogli di truciolare da 11mm, col risultato che per spostarla dovevamo essere in 4 persone che la tenevano in equilibrio, mentre un quinto manovrava il muletto che serviva per sollevarla.
Il primo lavoro del “team” che all'epoca vantava la presenza di Maurizio e Renato (ecco che ricompare anche lui che all'epoca aveva chiuso il negozio e aperto uno studio in società con Maurizio) al posto di Andrea che li sostituì un paio di anni più tardi, in quanto il mobile non era la loro specializzazione, arrivò proprio a cavallo tra il 99 e il 2000 per un cliente di Reggio Emilia che per il rilancio della sua azienda doveva rifare l'intera immagine. Incaricò un'agenzia di Milano con la quale già collaboravo che mi affidò il lavoro.
Un paio di incontri preliminari per conoscere il cliente e discutere sullo stile dei cataloghi, uno per la presentazione dei progetti dell'architetto, uno con la squadra dei montatori che avrebbe avuto il compito di allestire scenografie e montare le cucine, guidata da un ex capofabbrica ormai in pensione ma molto esperto, che al primo incontro ci disse “ditemi cosa vi serve che so io come si fa”.
Questi sono i soggetti che temiamo di più, quelli che credono che allestire uno stand per le foto sia la stessa cosa che allestirli per una fiera o una sala mostre. Non è proprio così...non è per niente così. Molti pensano addirittura che dove entra un mobile sia anche possibile fargli la foto: diciamo che più o meno servono 2/3 metri intorno ad ogni lato aperto dello stand, 4/5 dal lato da dove si farà l'inquadratura principale.
Pochi giorni prima dell'inizio dei lavori, siccome eravamo di passaggio per andare ad un meeting fotografico vicino Venezia, deviamo e facciamo un salto in azienda a controllare come procedevano gli allestimenti. Tutto come sospettavamo: pareti, pavimenti e soffitti terminavano esattamente 1 cm fuori dalla cucina, avevano addirittura tagliato tutte le mattonelle del pavimento a 45° per “rifinire” meglio.
Andiamo dal cliente per riaffermare, come facemmo presente all'incontro tecnico, che sarebbero così mancate enormi fette di immagine e andava assolutamente tutto ampliato di almeno 1 metro ai lati, almeno 2 per pavimento e soffitto. Risultato: il “capo” si offese sentendo messa in discussione la sua esperienza e competenza, posò distintivo e pistola (metro e cacciavite) sul tavolo e sparì per sempre dalla circolazione :-))))
Avevamo 3 set allestiti con 3 cucine montate, confermammo il nostro arrivo per il lunedì successivo, ma urgeva rimpiazzare la squadra montaggi. Arrivarono a tale scopo dei “baldi” giovani che noi soprannominammo “i Vaschi Rossi”, dal momento che (l'accento aiutava) sembravano sempre perennemente un po' fatti e un po' ubriachi, giravano a ritmo che in confronto un bradipo sembra Bolt (il velocista, non lo sgrassatore) e dovevamo sempre andarli a cercare nei 6,000mq di capannone che avevamo a disposizione per lavorare.
Pensate che lavorammo in quel posto dai primi di novembre fino a poco prima di Natale. Era un vecchio magazzino temporaneamente vuoto, senza riscaldamento; lavoravamo vestiti come palombari, coi guanti alle mani che quando toglievamo per caricare le lastre (non eravamo in epoca digitale) dovevamo togliere e il tempo di infilarle nella sacca-camera oscura erano già gelate ed insensibili. Una operazione così delicata ma che richiede pochi minuti si tramutava così in una impresa titanica. Ogni tanto sostavamo dalle parti dei fari per riscaldarci un po' ma tranne urgenze, alle 16 in genere smettevamo di lavorare perché solo camminare (e nell'arredamento si cammina tanto) diventava una sofferenza, col freddo che tagliava la faccia, unico sollievo possibile, la doccia bollente dell'albergo.
Per darvi un'idea del freddo, pensate che un giorno nella pausa pranzo, Renato per riscaldarsi prese una zuppa bollente, col risultato che, mangiando di fretta e uscendo dal ristorante con uno sbalzo termico improvviso di una trentina di gradi, si beccò un bel blocco intestinale e dovemmo riaccompagnarlo subito in albergo; la sera non venne neanche a cena :-)))
La cena in genere è il momento migliore, ci si può rilassare un po' non avendo il pensiero di tornare al lavoro...ma giusto un po', poi a letto per essere di nuovo in pista la mattina successiva alle 7. Quando si lavora fuori in genere è così, non hai mai tempo e voglia di farti un giro o anche solo andare a bere una cosa la sera...sei lì, lavori e pensi solo a lavorare.
Come corredo di immagini vi rimando ad uno “slide” che racconta un po' tutte le tappe tipiche di un viaggio di lavoro: viaggi, lavoro, pranzi cene colazioni etc.... Qui eravamo in Abruzzo nello show room del cliente, non in uno spazio creato appositamente per le foto, per cui c'è poca scenografia. Gli scatti servivano per un pre-catalogo.
Comunque...questi sono un paio di esempi del risultato



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Luca